03/02/2004

Un estate

Il pendolo oscilla. Dalla camera del mio albergo sento il sottile frangersi delle onde sulla scogliera, sulla spiaggia di sassi. La camera è asettica, non c’è più nessuno. Il mio corpo è abbronzato, ma segnato dalla sofferenza. Mi chiedo se sono un eremita. Ho conosciuto nuove persone, ma ora sono solo, come sempre.
Ricorderò questo momento. E’ brutto. E’ il dolore della mia nascita. Non è per lei che soffro, ma è per lei che soffro. E’ per lei che sono qui, lei è tutto. E’ per lei che ho viaggiato. Non per loro. Sono loro che mi mancano, ma è lei che mi manca in loro. Sento ancora il rumore del vento, e il mare che scorre tra i sassi. Sono stato solo. Solo a guardare le stelle. Solo a suonare la mia chitarra mentre il sole tramontava. Solo sulla spiaggia di sabbia, mentre la luna eterna mi guardava viola. Solo mentre ridevano, riproducevano la musica che gli dava l’identità. Tra le lamiere del bagno pubblico, strisciando i miei piedi nella terra, camminando fiero in una camicia aperta per le strade di sole e di negozi, libero del nulla dietro occhiali scuri e la mia anima in un medaglione d’osso. Sono abbronzato di non senso, mentre lei mi aspettava a quella cena e io aspettavo un segno. Credo che il secondo dopo sarò vivo, o sarò morto. O lei arriverà vestita di seta azzurra, nella notte del vento. Mentre torno dalla scogliera dove le rondini giocano e il sole fa arte con il cielo. La mia chitarra spagnola. La solitudine delle stelle. Il bambino in gita con gli zii e la cugina. E un cappuccino all’alba nella pace. Musica new age del mattino. No, non partecipo ai giochi. Siete matti. Più matti di chi guarda le stelle. Lei non verrà. Quando si fa sera, una chitarra, i pipistrelli, una famiglia fa un fuoco alla torre. Storie di case e di esperienze infantili e di luoghi che riposeranno nella memoria come isole di nuvole. Queste storie appiccicate alle rocce, ricordi del mio passato che non hanno importanza. La spiaggia di notte, il nero. Sono solo tra le stelle. © 2003 Stefano Wo
di stefanowo at 00:01:38 Commenta:

02/02/2004

Boyz don't cry

Sono andato via di testa, cazzo. Ecco quello che mi è successo. Non sapevo più quanto tempo stavo seduto in quel sottoscala, e questo è tutto.
Mi sono legato gli anfibi senza arrivare fino in cima – ma vaffanculo – e mi sono alzato in piedi con la testa nelle mani. I capelli hanno esercitato una qualche resistenza al passaggio delle dita e la sensazione di pelle tirata ha oscurato per un attimo il mal di testa in cui mi ero svegliato. In realtà non sapevo se avevo dormito o ero stato ore con gli occhi aperti a fissare il murales di Sandra. O era di War91? Forse sì, c’era anche la firma. Firma, dipinto, erano tutte cazzate. Anche quelle. Come in un gioco di specchi, le icone della società si replicavano caleidoscopiche anche negli angoli più bui dei suoi bassifondi, reiterando all’infinito gli stessi schemi. Non me ne fregava un cazzo, all’infinito. In ogni caso quel posto di giorno era praticamente deserto e bisognava essere proprio fuori per finire ai margini dei margini. Ma il margine è la mia scelta di vita e non esiste qualcosa in cui io possa stare. Non so perché è così. È così e basta. C’era una sedia di quelle girevoli, mi ci sono seduto e ho acceso una sigaretta. Un manifesto di Sid Vicious sul muro di fronte a me cominciava a staccarsi da un angolo. Forse anche l’idea di occupare quell’area era stata un’altra puttanata. Non c’era posto per i punk in questo nuovo mondo. Tutto così nuovo, così nuovo che nessuno poteva osare dire nulla, tutto così esclusivo e irriducibile, ogni dannato secondo, che non c’era nemmeno il tempo di pensare, di accorgersi che era ancora tutto merda. Escrementi incartati ad arte. Forse non c’era mai stato posto per i punk. Per questo era ancora il caso di esserlo, fino in fondo, ancora più di prima. Che lo vedessero il nostro sangue, che si schifassero, che scoppiassero le loro orecchie del cazzo per la musica troppo alta, saremo sempre lì a ricordargli l’altra faccia del loro mondo di plastica. Ho sentito un intenso senso di nausea e ho sboccato schizzando il manifesto, poi sono restato qualche minuto abbassato con la testa tra le mani. Qualcosa non andava. È entrata Sandra. «Stronzo.» ha detto. Senza particolari inflessioni. Ma mi guardava dritto negli occhi. Mi sono soffermato sul taglio dei suoi occhi. Non mi erano sembrati belli, qualche volta? Abbassai le braccia. «Perché hai detto questo?» «Perché sei diventato uno stronzo.» Sorrisi. «Qui sono tutti stronzi. C’è il pieno di stronzi. Galleggiamo.» Ho alzato la voce, senza peraltro arrabbiarmi veramente «Guarda, il marrone ci sovrasta!». Ho anche alzato le braccia al cielo. «Non dire cazzate, Nik, tu sei stronzo con te stesso.» «Vaffanculo.» «Hai preso tutto troppo sul serio, questa tua coerenza del cazzo…» Ha appoggiato lo zaino sulla sedia di metallo e ha preso a sbrogliarsi i capelli. Guardando da un’altra parte. «Io prendo le cose seriamente. Quello che sono è la conseguenza logica di quello che penso.» «Allora non hai capito niente. È proprio così che fanno tutti. Il nostro scopo era liberarci.» Mi svegliai un poco. Sandra alzò la voce. «Hai un super-io così grosso che hai fatto del nichilismo una morale interiore, hai un bisogno di accettazione così grande e l’hai odiato così tanto che hai…». «Risparmiami…» l’ho interrotta «…la tua trasformazione nella moglie punk di Freud.» L’ho guardata negli occhi per manifestare il mio dissenso ma proprio la fermezza del mio sguardo ha tradito l’importanza che per me avevano quelle parole. «L’ho detto. Sei diventato uno stronzo» Sandra raccolse la borsa e uscì, con i capelli colorati sciolti sulla schiena. Cristo, non erano solo gli occhi: tutto di lei doveva essermi sembrato bellissimo, in un qualche momento del passato. Aveva l’aria di essere molto arrabbiata. E perché poi, cosa le avevo fatto? «Hai visto il nuovo murales di War91?» Gridai. I suoi passi si fermarono oltre la soglia. «Non è nuovo, Nik. Ed è mio, non leggi la firma?» La sua voce era stanca. Solo stanca. Improvvisamente mi venne un crampo allo stomaco, diverso da quello di poco prima. I passi continuarono. Non la rividi mai più. Ho guardato il murales. Il tratto era quello skizzato e deciso di Sandra, pieno di forza e dolcezza al tempo stesso. Era un fumetto molto colorato che rappresentava un ragazzo con molti capelli colorati sparati in alto. Era in piedi su una scogliera e guardava il mare, alle sue spalle una città stilizzata. Il ragazzo ero io. In alto c’era scritto “Boys don’t cry”, in basso a destra “a Nik. Sandra 12-10-91”. -.-.-.-.-.-.- Chris si allontanò dal video e posò gli occhiali sulla scrivania. Il pomeriggio non era troppo caldo e la luce filtrata dalle doghe della tapparella lasciava galleggiare gli oggetti dello studio in un atmosfera torbida e soffusa, indisturbata. Il piatto accanto alla tastiera conteneva i resti sparsi dell’insalata di riso che Roby aveva preparato la sera prima. Mentre scriveva si distaccava dal mondo esterno e dalle persone. Lei era passata da casa, era entrata in stanza e gli aveva ricordato qualcosa. Ma cosa? Non aveva fatto caso a quanto si fosse fermata o se fosse uscita senza nemmeno mangiare. Tutto nella stanza appariva immobile e congelato come i pensieri nella sua testa. Eppure doveva essere l’atmosfera giusta per scrivere. Invece, come al solito, aveva spinto i personaggi in un vicolo cieco dal quale era difficile farli uscire. Non riusciva a capire come potessero ancora incontrarsi o anche solo fare qualcosa che avesse un senso. Anche di questo racconto (o libro?) sarebbe rimasto solo l’inizio. Da circa un anno aveva lasciato il lavoro. In preda all’entusiasmo, Roby e Chris avevano festeggiato la liberazione mangiando e brindando e fantasticando sulle vendite del libro. Il libro naturalmente non l’aveva mai finito. Non aveva potuto. Eppure era la situazione ideale. Forse il motivo del suo blocco era proprio tutta quella statica perfezione. Ci voleva un cambiamento. Spostò il file Boys don’t cry nella cartella Work in Progress dei suoi documenti e si alzò passandosi le mani nei capelli lisci, lavati da poco, poi si decise ad andare ad incassare l’assegno per il suo ultimo articolo. Mise il computer in stand-by e uscì chiudendo bene a chiave. Abbandonato l’appartamento provò un particolare sollievo, come se avesse ripreso a respirare. Da quanto tempo tutte le esperienze della sua vita erano diventate così dannatamente interiori? Si disse che tutto questo era molto borghese. Entrò in auto, accese l’aria condizionata e partì alla volta della banca. Accese anche l’autoradio e la macchina si riempì di una di quelle canzoni degli anni 80’, una musica proveniente da un passato lontano, un passato in cui la malinconia suonava come rivincita. O il dolore era sopportabile, la sconfitta il segno dell’identità e la riprova di essere nel giusto, perché era il mondo ad essere sbagliato. …I would tell you That I loved you If I thought that you would stay But I know that it's no use That you've already Gone away Misjudged your limits Pushed you too far Took you for granted I thought that you needed me more Now I would do most anything To get you back by my side But I just Keep on laughing Hiding the tears in my eyes 'cause […] Spense l’autoradio. Lo strano contrasto tra l’allegria della musica e quello che riusciva a capire del testo lo mise a disagio. Rallentando in vista di un semaforo rosso ripensò al racconto: il suo protagonista, Nik, aveva perso tutto sin dall’inizio e non aveva nemmeno capito niente. Non era l’inizio di un racconto, era la fine di un libro, il libro della vita di Nik. Cristo, perché scriveva quelle cose? In che vicolo cieco era finito lui? Si rese conto che stava stabilendo un nesso troppo stretto tra la propria vita e il racconto: se il proprio lavoro è scrivere e non ci si riesce, magari per un intoppo temporaneo di poca importanza, e lo stesso scrivere è una delle cose su cui si valuta la riuscita della propria vita, può facilmente avere inizio un feedback micidiale, dove l’arte riflette il blocco della propria vita rappresentando storie irrisolte e siccome questo stesso fatto fa parte della vita, la rappresentazione fa con essa un doppio specchio che ingigantisce all’infinito lo sfasamento iniziale. Come diceva il suo amico biologo… anelli di retroazione negativa. Come uscire da tutto questo? Smettere di scrivere? Smettere di vivere, distaccarsi da tutte le cose? Tutto questo era molto borghese, ma non capiva dove. Riaccese l’autoradio ma ora stava parlando e straparlando un DJ idiota e la spense ancora. La cosa accadde mentre era fermo al semaforo, immerso nei pensieri di cui sopra. A sinistra, centro città: comando dei vigili, negozi, centro commerciale, banca. A destra, tangenziale: autostrade, aeroporto. Controllò se nel portafoglio c’era l’assegno di seicentomila lire. Attese l’accensione della freccia verde a sinistra, premette l’acceleratore e svoltò. Se ne rese conto dopo alcuni metri: aveva svoltato a destra. -.-.-.-.-.-.- Lara ha quattordici anni e come tutte le ragazze della sua età passa la notte collegata. Questa notte aveva preferito disertare l’incontro con i suoi amici allo Psychic, uno dei club più popolari della rete sinaptica. Questa notte voleva ascoltare delle storie. «È piuttosto tardi, Lara, faresti meglio a dormire.» Rispose automaticamente. Era allenata a trovare rapide giustificazioni. «Ma sto riposando. Ho messo i sistemi circolatorio e motorio in modalità sospensione.» La voce del vecchio si era fatta più stanca. «Il sonno serve alla mente, in primo luogo, lo sai bene.» Il legno scricchiolò. Nella realtà simulata, o meglio nello spazio prodotto dalla proiezione incrociata del luogo in cui i due si erano voluti incontrare, reinterpretato e reso coerente dai server di rete, il vecchio jack sedeva su una vecchia sedia di vimini sul soppalco di legno di una vecchia casa tipo Far West, indossava un gilè nero sopra una camicia bianca, sorseggiava una bottiglia di whiskey. Il sole stava tramontando sull’immensa prateria e non c’erano nuvole nel cielo. Il rumore del vento fischiava tra le fessure del legno. Si sentì il rumore di un accendino, anche se il personaggio non aveva compiuto alcun gesto. Questi particolari suggerivano a Lara che il suo vecchio amico non fosse una IA, ma una persona in carne ed ossa che non era nemmeno completamente collegata. Probabilmente aveva un terminale abbastanza potente da gestire il suo avatar in modo credibile. Lara si costrinse a ricordare che non poteva sapere nulla su chi realmente ci fosse dietro jack. E non importava. Come non importava chi avesse scritto l’Iliade. «Jack, ti prego.» modalità bambina imbronciata. «Cosa è successo poi? Devo sapere se Christian poi è andato all’aeroporto. E cosa ne è stato di quell’altro?» Si appoggio con la testa ad una trave di legno.«Non posso andare a dormire. E dai… ti sei interrotto sul più bello…» Lo guardò con uno studiato sguardo di attesa speranzosa. «Quell’altro esisteva solo nella mente di Chris.» Jack sospirò e la guardò negli occhi. Fece un gesto di noncuranza con la mano. «E poi sono solo storie, sono inventate.» Non che Lara non l’avesse pensato. Solo non avrebbe voluto sentirselo dire. «Non è vero, lo dici solo per mandarmi via.» «No piccola, è la verità. E a dire il vero comincio a essere piuttosto stanco anch’io, la mia fantasia vacilla.» Il vecchio sorseggiò il suo whiskey. Si senti uno stridio acuto e un falco si posò sul tetto della casa. I due si girarono simultaneamente e lo osservarono in silenzio. Il falco si guardò attorno e ripartì. Apparve una scritta sulla sabbia: “Hawk 1.6b / scansione cache d’ambiente / nessun virus rilevato”. Jack annuì impercettibilmente e la scritta sparì. Che differenza faceva? Per Lara quei personaggi esistevano eccome, erano più vivi di… un sacco di gente che conosceva. «Ma qualcosa di vero ci dev’essere.» «Qualcosa. Può darsi, non ricordo bene. Alla mia età ci sono troppi ricordi e alcuni si sovrappongono.» Si alzò dalla sedia, gettò per terra la bottiglia e guardò a nord, verso le montagne rocciose. Lara si rannicchiò per terra appoggiando un lato della testa sulle ginocchia tenute dalle braccia. «Non c’è niente di vero bambina, la verità è dentro di te…» Lara ebbe un intuizione, con la quale pensò di trattenere Jack. «Nei riflessi tra due specchi?» «…o alla fine dell’arcobaleno…» Jack stava cominciando a svanire, sorridendo. «Non sparire, non sparire ora!» L’avatar di Lara corse verso la sedia, il vestito bianco che svolazzava sferzato dal vento. I capelli le colpivano la faccia. Jack era scomparso. La sedia dondolava con un lieve rumore di legno asciutto. Si alzò una sottile nuvola di terra e Lara si addormentò. Con in testa una vecchia canzone che cantava sempre suo nonno. …I vecchi conoscon l’ingiuria degli anni Non sanno distinguere il vero dai sogni I vecchi non sanno, nel loro pensiero Distinguer nei sogni il falso dal vero… Si addormentò e sognò. Sognò il seguito di un racconto di fantascienza che aveva letto. Il vento caldo delle prateria diventò un freddo vento del nord e il rumore della sedia quello di tuoni resi attutiti dalla lontananza. -.-.-.-.-.-.- In quel freddo mattino d’Aprile la base bunker era immersa in una particolare atmosfera, e si poteva sentire la sorda risonanza sotterranea di tuoni lontani. La pioggia continuava a cadere all’esterno della fortificazione, ma il fronte del temporale era passato e ora viaggiava verso sud sferzando i prati deserti della vecchia Inghilterra e lasciando dietro di sé una scia di silenziosa calma. Zarx si era svegliato presto, ancora intorpidito e con la sensazione di non aver dormito neanche un minuto. Durante la notte, ogni volta che la sua mente tentava di oltrepassare il confine del sogno, i tuoni che laceravano l’aria si confondevano facilmente con il ricordo dei bombardamenti elettrostatici e lui si svegliava immediatamente, i muscoli contratti e i sensi all’erta, le mani pronte a stringere i comandi del suo velivolo da combattimento. Aveva lasciato il suo alloggio e attraversato nel torpore del risveglio i corridoi vuoti, dirigendosi automaticamente verso l’area di ristoro. Aveva guardato l’orologio. Le brioche erano un’abitudine che aveva preso piede nella base, seppur fortemente osteggiata dai veterani più fedeli alla tradizione inglese antica. Forse a quell’ora non erano appena state sfornate, ma sicuramente erano ancora calde. Con quest’unico pensiero Zarx raggiunse il grande salone in stile vittoriano. La porta a vetri si spalancò al suo passaggio. Su ogni parete i grandi schermi olografici mascherati da finestre dello stesso stile della stanza restituivano la visione in tempo reale dell’esterno del bunker. Aveva sempre considerato l’arredamento dell’area di ristoro un po’ kitch, avrebbe preferito un ambiente più sobrio, ma dopo diversi anni era giunto alla conclusione che questa simulazione del passato servisse a preservare la sanità mentale di gran parte del personale della base, a ridurre il senso di straniamento da cui peraltro lui stesso era afflitto. Però, pensava Zarx, ci sono tanti modi per impazzire, e forse quando la realtà diventa troppo assurda è la nostra mente a calare una specie di sipario blu con la scritta “spiacenti, per motivi tecnici la trasmissione della realtà è temporaneamente interrotta, proietteremo invece un cartone animato del gatto silvestro”. Forse l’umanità stava impazzendo. Nel salone c’erano poche persone, tra cui Fiore d’Estate, insolitamente mattiniera, cosa che lo sorprese un poco. Prese due brioche alla crema e ordinò un cappuccino. Poi si sedette al tavolo di Fiore d’Estate che guardava fuori dalla finestra, o per meglio dire dentro lo schermo. Zarx la guardò, poi guardò fuori anche lui e quando si accorse che lei non stava osservando nulla di particolare si concentrò ancora assonnato sulla colazione. Prima che potesse sferrare il primo morso alla colazione Fiore d’Estate disse: «Credi che esista veramente?» Zarx appoggiò la brioche sul piattino finemente decorato e aggrottò la fronte. «Che cosa?» «La città chiamata Silenzio.» Nessuno aveva parlato più di quell’episodio avvenuto in gennaio, con un accordo implicito si erano comportati come se non fosse mai accaduto. Per la verità, Zarx aveva il dubbio che fosse stata una sorta di allucinazione. Sospirò. «Secondo me era un qualche trucco psi dei venusiani, magari una specie di trappola cui siamo scampati per un pelo. Mi sono dato questa spiegazione.» Fiore d’Estate si voltò verso Zarx e staccò un pezzettino della seconda brioche. «Così se avessimo creduto ai bambini saremmo finiti in una trappola?» «Può darsi. Fare leva sull’istinto di cure parentali è una tattica molto efficace, avevamo abbassato tutte le barriere.» Fiore d’Estate sembrava pensierosa, per un attimo smise di masticare. «Qualcosa non quadra.» «Che c’è di nuovo? Mi stupirei se qualcosa quadrasse.» Fiore scosse la testa. «Noi ci siamo cascati: i venusiani avrebbero avuto tutto il tempo di ucciderci o di distruggere le nostre navette.» «E come ti spieghi il fatto che quei bambini ci assomigliassero così tanto? Tutto fa pensare che qualcuno stesse attingendo le informazioni dalla nostra mente, infondo è uno schema mimetico abbastanza comune se pensi agli insetti.» Fiore d’Estate rimaneva perplessa. Zarx aggiunse: «I venusiani possiedono tecnologie telepatiche molto avanzate. Io dico che era solo una prova, o forse il loro attacco è fallito per qualche motivo a noi sconosciuto.» «Davo per scontato che la mia non fosse un’ipotesi razionalmente plausibile, sai? Non è che non ci abbia pensato. Ma mi resta una strana sensazione. E’ una questione d’istinto.» «Questa è bella! E cosa dovremmo fare, lasciare la base e partire in fila indiana alla ricerca di una città fantastica, come in una favola di Tolkien, quando i venusiani potrebbero attaccare da un momento all’altro?» Fiore d’Estate si appoggiò allo schienale della sedia. «Non ci sono attacchi da circa due mesi. E la tregua durerà fino a giugno, ricordi? Sono i mesi sacri del KYUL venusiano. Porteremmo il comunicatore e un unità teletrasporto portatile. Se avranno bisogno di noi ci chiameranno.» «Fiore, queste cose non esistono, non possiamo mollare tutto così per una fantasia avventurosa, noi non siamo… non siamo…» «…Bambini?» La voce di Golia parlò alle spalle di Zarx, che per poco non si soffocò con la seconda brioche. Zarx sorrise. «Eravate già d’accordo, voi altri?». Gli altri non sorrisero. «Ecco. Magari la trappola era proprio questa, ci avete pensato? Stanno aspettando che noi quattro ci togliamo dai coglioni per rompere la tregua attaccando la base coi demoni robot.» «Mi sembra improbabile che questo accada nei mesi sacri, anche supponendo che avessero scoperto la nostra posizione.» disse Golia. «Se veramente esistesse una città popolata da bambini, credo che dovremmo proteggerla. Quale momento migliore? E poi ho la sensazione che celassero qualcosa di importante, forse per tutti. In ogni caso dovremmo indagare e riferire al Principe la soluzione di questo mistero.» «Ma siamo nel 2130 dopo Cristo, non nell’antica Britannia, non esistono…» «Il Popolo degli Elfi però esisteva.» Asserì Fiore d’Estate. «Sì, ma erano reali. Abitavano i boschi e non erano magici. I venusiani infatti li hanno sterminati.» Fiore d’Estate si alzò in piedi di scatto, in tutta la sua altezza, e la sua presenza fu in un attimo così forte che molti nel salone si voltarono e subito distolsero lo sguardo. Lanciò a Zarx un’occhiata che avrebbe fatto cadere un uomo. «Il Popolo degli Elfi era magico, ma la loro magia non è bastata contro i venusiani. Avremmo dovuto unirci a loro, avremmo dovuto proteggerli.» «Non avevano riconosciuto l’autorità di Artù.» «Vuoi dire dell’impostore che si fa chiamare Artù! Questa sì è una menzogna. Gli elfi erano veri, e non sono stati il primo popolo nobile a venir distrutto per il proprio coraggio. Sai una cosa, Zarx? Non hai niente dell’irlandese.» Zarx rimase seduto. «E’ passato tanto tempo. La mia gente era troppo cocciuta. Quelli di noi che sono rimasti hanno capito che le etnie andavano superate. L’autodeterminazione dev’essere dell’individuo, Fiore.» «Se è così, dov’è finita la tua, Zarx?» Zarx rimase in silenzio. «Forse è morta insieme al suo popolo, e Zarx non ha più coraggio.» Gli occhi di Fiore d’Estate parvero farsi più azzurri, e Zarx dovette lottare per non abbassare lo sguardo. Ormai tutti li stavano guardando. «Bè, se il destino di chi ha perso il proprio popolo è quello di diventare inseguitore di farfalle, miei cari superstiti, allora fate quello che volete. Io me ne vado.» Si alzò fronteggiando la guerriera vestita di lillà. Poi gettò il tovagliolo sul tavolino e si incamminò verso l’uscita. Quando Zarx fu uscito dal salone, Golia si sedette e così fece anche Fiore d’Estate. «Ci sei andata un po’ pesante, non credi?» Ci fu un fremito nelle labbra della guerriera che solo Golia poté notare. I suoi occhi deviarono solo per un istante verso il basso. «No.» -.-.-.-.-.-.- Questa volta il nodo alla gola fu un po’ più forte del solito, quando Mario disattivò la simulazione. Non era più sicuro che fosse giusto, ecco tutto, che si trattasse solo di lavoro. Ma era il suo lavoro, ciò che gli permetteva di vivere. Bhe, forse un po’ più che vivere, diciamo che gli permetteva di mantenersi una villa a due piani sulla riva del lago di Garda nonché un paio di appartamentini a Los Angeles e Vienna. Oh, e un auto antigravitazionale personale. Eppure questo l’aveva messo in conto. Quando aveva deciso di diventare un Maestro lo sapeva: fare nascere una IA poteva diventare molto coinvolgente, bisognava essere molto stabili dal punto di vista psichico ed emotivo. E ora che ci era quasi riuscito, dopo tutti quegli anni, era normale che per la prima volta avesse dei dubbi. Pensò al momento in cui avrebbe dovuto dirle la verità su tutto, inconsciamente sperando che quel momento non arrivasse mai. «La mamma dice che hai quasi finito.» Mario si girò lentamente verso suo figlio, si staccò la cuffia a elettrodi e lo prese in braccio. Cominciava ad essere piuttosto pesante. «È vero, pagnotta.» Sorrise «Siamo alla fine.» «E poi andremo in vacanza?» «Per qualche anno, penso. Papà ha bisogno di riposarsi.» «E potrò conoscere la mia nuova sorellina?» Mario guardò il video olografico, sul quale campeggiava una scritta tridimensionale. – Lara è in modalità sospensione neurale – «È ancora un po’ presto, Paolo. È molto fragile, sai.» «Come è fatta?» «Adesso è un po’ simile alla mamma. Ma quando sarà pronta potrà essere esattamente come vuole lei. Sarà molto libera e felice, davvero. Ma ora non è ancora pronta per accettarlo. Crede proprio di essere una ragazzina come te, sai?» Paolo aggrottò la fronte. Ogni tanto Mario non capiva quali pensieri oscuri passavano per la testa di suo figlio. Sembravano passare presto, però. «E non potrà mai fare colazione con noi.» disse suo figlio. E non era una domanda. Aveva otto anni. «…e potrebbe sentirsi molto sola e… diversa e…» «Abbandonata.» Alcune copie di Lara non avrebbero vissuto con loro. La Life Corporation l’avrebbe venduta, come qualsiasi altro software. E lei avrebbe voluto essere in carne ed ossa, avrebbe voluto innamorarsi, avrebbe voluto che non fosse stato tutta una bugia, avrebbe sognato un mondo in cui le promesse venivano mantenute, o almeno potessero esserlo, avrebbe voluto non essere schiava. Avrebbe sofferto tantissimo per anni, al punto di voler essere disattivata. «Noi dobbiamo volere bene alla nostra. E quando avremo i soldi le costruirò un interfaccia mobile, forse umanoide.» «Uma-che?» Aveva otto anni. «Un robot che assomiglierà ad una ragazza. Vai ad aiutare la mamma a cucinare?» «Ok.» Partì correndo. In passato era stato molto geloso di Lara, ma piano piano aveva capito. Non tutto gli era stato detto. Paolo non sapeva della sua sorella più grande, morta prima che lui nascesse. Tipico. Si ricordò di una storia di Dylan Dog, un fumetto che leggeva da bambino, in cui il fantasma di una bambina non nata aveva costruito attorno a sé un mondo illusorio in cui credeva di essere vissuta, in cui era cresciuta e diventata una ragazza. Ma era solo il sogno di un fantasma, con la consistenza di un soffio di vento in un luogo fuori dal tempo, sospeso tra l’infinito e il nulla. La ragazza trovò la sua pace e il sogno svanì. Purtroppo una psiche umana, anche artificiale, non poteva svilupparsi se non attraverso relazioni umane, e questo doveva per forza essere simulato in un sistema chiuso. In caso contrario la IA sviluppava gravi disturbi psichici di base e non poteva sopravvivere. Era un lavoro di anni che richiedeva un impegno immane. A parte l’equipe di centinaia di analisti programmatori neurali, con cui Mario quasi mai aveva contatti, la direzione del progetto presupponeva grosse competenze psicologiche ed educative e competeva al Maestro. Ora però ricordava gli occhi lucidi e brillanti di Lara, la sua espressione fiduciosa e attenta, il vento che spostava il suo vestitino bianco e i capelli. La sua ostinata ricerca di qualcosa di vero, la sua certezza di essere amata. E allora? Quello era l’obbiettivo, aveva fatto bene il suo lavoro. Ma c’era dell’altro. Ora che avrebbe dovuto distruggere il suo sogno, ora che avrebbe dovuto tradirla per sempre, o meglio svelarle il colossale inganno che lui e altri avevano ordito alle sue spalle, ora che aveva costruito un mondo di affetto attorno a lei per forgiare la sua personalità e la sua fiducia, per renderla una donna, si rese conto che l’amava. Aveva fatto una figlia. – Lara è in modalità sospensione neurale – Dormi, piccola Lara, dormi. Ancora qualche mese e sarai una donna. È stata dura per tutti. Mario pianse. E pianse anche per la morte della sua prima figlia. Per la prima volta. -.-.-.-.-.-.- Alex Si svegliò. Il caldo insopportabile gli asciugava la gola e allungò la mano verso la bottiglia dell’acqua. Ma non era acqua, era vino rosso, caldo. Le ragazze stavano ancora dormendo, ma la cassetta dei Cure continuava a girare dalla sera prima. Quasi non li sopportava più, e non sopportava più nemmeno quelle due, in realtà. Andò al lavandino e bevve con avidità, senza curarsi del fatto che l’acqua potesse non essere potabile. L’idratazione comunque fu modesta, sembrava che l’acqua gli evaporasse nell’esofago, e restava quella sensazione di intorpidimento generale cui si aggiunse un disagio a livello dell’intestino. Il caldo era così secco e soffocante da bloccargli il respiro, e questa cosa, unita alla stanchezza e allo stress, gli dava l’impressione di impazzire. Uno strano tic gli muoveva i muscoli delle labbra. Si diede una sciacquata e il tic passò. Ma tra tutti gli ostelli proprio in quello dovevano finire? “Hostal di Mat”, si chiamava, probabilmente il peggior buco di culo di tutta Cadiz, ricavato dagli uffici in disuso del ramo abbandonato del deposito ferroviario. Forse se la compagnia fosse stata gradevole avrebbe avuto un atteggiamento più consono a quello che in fondo era un giro di Spagna senza soldi. D’altronde non sembrava il solo a essere a disagio. Però era il solo a dormire così poco, e forse il solo a fare sogni così assurdi. Quella cazzo di cassetta continuava a girare. I would say I'm sorry If I thought that it would change your mind But I know that this time I've said too much Been too unkind… […] La vacanza era stata estenuante, gli sembrava che quella settimana fosse durata un mese. Distillavano le ultime gocce dal loro equilibrio psicofisico, e litigavano quasi continuamente. Lei voleva proseguire il viaggio da sola. Non aveva tutti i torti, in fondo anche lui avrebbe voluto farla finita al più presto, con quella farsa del cazzo. Magda si comportava come se lui non avesse capito, non avesse capito qualcosa di importante. E lui aveva tentato di trattenerla, ma forse era soltanto la paura di rimanere da solo. Quell’estate era la cosa che più lo terrorizzava. Insieme a tutto ciò che aveva a che fare col distacco e col rifiuto. Magda dormiva e I lunghi capelli castani le coprivano il volto. Era difficile capire cosa provava realmente per lei. La conosceva da poco ma credeva di dover fare di tutto per conquistarla, di dover passare sopra a qualsiasi cosa. Gli sembrava che in gioco ci fosse tutto. Al diavolo. Avrebbe accomodato le cose, in fondo erano in vacanza, no? Sarebbe uscito e avrebbe comprato una bottiglia di vino locale. Ma cosa c’era, realmente, in gioco? Andò a farsi una doccia rapida e tornò nella stanza. Finalmente era riuscito ad abbassare la temperatura corporea e per un lungo attimo si sentì piuttosto lucido. Guardò ancora le ragazze dormire, guardò il suo zaino e i vestiti sparsi in giro, guardò il piccolo lavandino e la finestra che dava sul deposito. E improvvisamente aveva capito. Aveva capito che doveva andarsene. …Misjudged your limits Pushed you too far Took you for granted I thought that you needed me more… Riempì lo zaino alla rinfusa e lasciò i soldi per la stanza sul tavolino sotto una delle casse collegate al walkman. Scrisse anche un bigliettino. “bhe, ci abbiamo provato…”. Lei non lo rivide mai più. Mentre usciva dalla stanza si soffermò a sentire le ultime strofe di quella canzone. Un po’ di nostalgia poteva concedersela. Come al solito non riusciva bene a capire i testi inglesi cantati, ma in qualche modo il pezzo si intonava con la malinconia che aveva deciso di affrontare. Now I would do most anything To get you back by my side But I just Keep on laughing Hiding the tears in my eyes 'cause boys don't cry Boys don't cry Boys don't cry Chiuse la porta mentre stava per partire il brano successivo, A Forest, che era stato il tormentone della settimana. Ma lui nella foresta non c’era più. Uscì dall’ostello e il sole era ancora basso sull’orizzonte. Il porto di Cadiz era quasi completamente deserto, fatta eccezione per un paio di pescatori che stavano rattoppando le reti. Il rumore del mare era sempre lo stesso, da milioni di anni, prima della sua vacanza, prima che fosse nato, prima della stessa umanità, il mare aveva vissuto, se avesse avuto una coscienza avrebbe visto passare tutta la storia della terra come in un film accelerato. Anche il mare viveva nel suo presente, seppure infinitamente più dilatato del nostro, dimentico di essere figlio delle comete, di essere nato dalle stelle lontane, di essere arrivato quando la terra era già adolescente. A portare la vita. La vita. Il sole si stava alzando e la sua luce oscurò ancora tutte le stelle e già cancellava la luna dall’azzurro del cielo. Il sole bruciava, ostinato, potentissimo, inarrestabile. Eppure anche lui era piccolo, era nato e sarebbe morto. La consapevolezza della grandezza dell’universo sfiorò ancora una volta la percezione di Alex, ma era un pensiero troppo grande e se ne andò quasi subito. Mentre camminava sulla banchina del porto di Cadiz, e pensava se proseguire verso Lisbona o andare subito a Barcellona, provò un brivido, ma non si accorse delle proprie lacrime, perché il vento caldo proveniente dal mare le asciugò immediatamente. Dopotutto, i ragazzi non piangono. I ragazzi non piangono. © 2003 Stefano Wo
di stefanowo at 23:59:34 Commenta:

02/02/2004

Qualcosa da prendere sul serio

«È troppo tempo che sei lontano, Is.»
Is tentò di ricordare se in qualche momento della vita fosse stato felice. In qualche modo, se ora si accorgeva di sentirsi male, si poteva presumere che lo fosse stato, altrimenti non avrebbe potuto accorgersi della differenza. In qualche altro modo, il solo gironzolare con la mente attorno ai buchi neri che sostituivano quei ricordi di pace gli procurava un dolore tale da costringerlo a distogliere l’attenzione su qualcosa di stupido, come per esempio una qualche paranoia ciclica. Qualcosa da prendere sul serio. Corrispondenze. Svuotare la mente. Non osservare il disastro, è un disastro finto. Nella realtà la navetta procede alla solita velocità verso la terra, e non è successo nessun incidente, nessuno scontro con il cargo spaziale. Il cargo abbandonato, anch’esso un illusione generata dalla solitudine. «Passerai qui il resto della tua vita, Is. È meglio che dimentichi, come ho fatto io. La colonia non è poi male.» Cliccò su una sequenza di brani musicali dal monitor di bordo cercando di lasciare il più possibile la scelta al caso e diede il via alla riproduzione. Il contenitore sigillato pieno di whiskey era immobile contro le onde sonore della musica. Qualcosa di fermo. Qualcosa da prendere sul serio. Le energie sembravano abbandonarlo completamente. Quasi impossibile compiere il minimo movimento. Sorseggiò dalla cannuccia. Non avrebbe saputo dire se stesse sognando, chi fosse, se fosse mai esistito, se fosse mai esistito qualcosa. Sullo schermo si vedeva solo buio e qualche stella lontana, troppo lontana. Forse c’erano sempre stati solo Is e la navetta. Ora la navetta era incagliata in un cargo spaziale abbandonato a due anni luce dalla terra, con i reattori distrutti. La strumentazione funzionava ancora piuttosto bene. «Da quando siamo qui non ricordo di averti visto prendere qualcosa sul serio, Is.» La navetta procedeva verso la terra, e i sistemi di ibernazione si sarebbero riattivati, e fino ad allora le flebo sarebbero bastate. Un piccolo sonno, solo un piccolo sonno e si sarebbe trovato a galleggiare nell’oceano pacifico, e la capsula avrebbe trasmesso segnali e si sarebbe trovato su un canotto infreddolito e poi le avrebbe riviste, le avrebbe riviste e le avrebbe abbracciate e lei avrebbe sorriso. Vedeva la realtà attraverso quegli schermi da un tempo indefinito, ammesso che la realtà fosse mai esistita, ma in caso contrario che ci faceva una coscienza pensante sospesa nel nulla, e cos’erano gli oggetti che il suo corpo, se era il suo, stava toccando? Sullo schermo c’era la foto di Alba, con in braccio la piccola Soledad. La navetta procedeva verso di loro. «Perché non vuoi combattere per il tuo Dio?» C’era un tempo in cui credeva esistesse davvero, su una nuvola. Questo lo ricordava. Poi pensò esistesse uno spirito universale che pervadeva la realtà. Qualcosa che potesse chiamare vita, che potesse chiamare in causa la vita. Respirò a fondo. La riserva di ossigeno sarebbe bastata. Se il computer non l’aveva ancora ibernato e gli consentiva di respirare allora c’era un motivo, forse era già vicino a casa, e si era già svegliato. Forse mancava poco. Più probabilmente stava sognando. Ma in questo sogno non accadeva nulla. Solo interno-navetta e silenzio e vuoto nero con qualche stella lontana e irraggiungibile. Nessuna metafora, nessun personaggio, nessuna vicenda. Come sogno era piuttosto inutile. Non accadeva niente, per quanto si sforzasse di inventare cose. Secondo gli studi che aveva letto nella colonia penale, avrebbe già dovuto essere impazzito. Era solo e disperso nell’universo, la salvezza era lontana, anzi impossibile, dato che la sua nave era incagliata contro un pesante cargo alla deriva, e il sistema di ibernazione era saltato, o la navetta aveva ormai esaurito le risorse. Rimaneva solo l’ossigeno. «Non puoi andare avanti così, Is. Devi costruire qualcosa, fermarti.» Is non era ancora impazzito. E presto sarebbe stato a casa. Doveva rilassarsi. Sorseggiò un altro goccio di whiskey. Il player della consolle stava suonando zombie dei cranberries. A Is piaceva la musica pre-disseminazione. Ascoltava solo quella. Anche se era a soli due canali. In your head they’re still fighting. With their tanks and their bombs.. E ancora combattevano nella testa di Is, gli avversari di dimenticate illuminazioni, nella guerra interplanetaria scatenata dai cristiani contro i pianeti islamici. La guerra che Is aveva disertato. Ma la terra era stata occupata. «In quale Dio credi, Is? Credi in Dio, vero Is?» La vita di Is non era finita, anche se si trovava così lontano sarebbe tornato. Sarebbe tornato da lei e dalla piccola Soledad. Alla piccola aveva promesso. Aveva intrecciato i suoi riccioloni biondi nella mano e Soledad aveva sorriso col sorriso della madre, e Is aveva promesso a se stesso di non tradire la sua fiducia, ed ebbe una paura immensa di poterla tradire. Di non essere all’altezza di ciò che stava promettendo. Come era sempre stato con Alba. Ma Alba l’aveva sposata. E Is sarebbe tornato dallo spazio, come aveva promesso alla sua bambina. «Rilassati, accetta la situazione. Non hai nulla per cui valga la pena di rischiare la vita fuggendo di qui. I robo-pulitori ti elimineranno.» Se solo fosse stato certo di esistere avrebbe fatto qualcosa. Avrebbe preso i comandi della nave e l’avrebbe guidata, a costo di arrivare a casa come uno scheletro. La piccola avrebbe saputo che papà stava tornando, per lei, per la mamma. Ma ora Is era per sempre sospeso in un momento senza tempo, in un sole che non tramonterà mai, negli occhi di Alba. «Rovescerei il mondo. Sposterei l’orbita terrestre, se ciò servisse per poter stare con te.» I cranberries continuavano a suonare, salvation, salvation. La canzone orbitava attorno ai buchi neri dei suoi ricordi di pace. Un forte dolore allo stomaco. “dove sei?” gli sembrò di sentire una voce. Si chiese cosa avrebbe dovuto fare, ormai. «Tornerò sempre da te.» Is prese in mano i comandi della navetta e sentì uno stridio metallico. Si stava spostando. Forse un motore era ancora attivo. Vi fu una collisione che lo spinse quasi a sbattere la testa contro la consolle, poi la navetta ruotò di 90 gradi a sinistra e nello schermo Is vide una grande superficie metallica. Il cargo. Non era un illusione. Vide il cargo allontanarsi, mentre la navetta si allontanava dalla carcassa. Più la nave si allontanava dal punto di collisione più risultava visibile la superficie di un pianeta. Poi un orizzonte curvo, grigio. La navetta si allontanò ancora in retromarcia. Is non sapeva se era veramente vivo, non sapeva se la realtà fosse mai esistita, ma di una cosa era certo: il piccolo pianeta che appariva nella consolle di comando della sua nave era la Luna. Dedicato a Nuvola d’Oro © 2001 Stefano Wo
di stefanowo at 23:56:50 Commenta:

02/02/2004

Stella Bianca

Questa sera c’è l’eclissi di luna, e prima l’ombra di questa terra la abbandoni, spegnete le vostre luci elettriche e accendete le candele, perché voglio raccontarvi una storia accaduta tanto, tanto tempo fa, quando ancora gli uomini parlavano alle stelle e la luna era l’unica dea che dominava la notte. È la storia di una principessa che non sapeva di esserlo e di un principe triste che non voleva diventare re, ed è la storia di due regni che si combattevano e di sovrani che non potevano avere pace per il loro animo, né per il proprio popolo.
-.-.-.-.-
C’era una volta una piccola principessa. La luna piena brillava nel cielo nero, lasciandola unica stella della notte, mentre nasceva dipinta dal sangue come una guerriera selvaggia, urlando al mondo il suo primo respiro in una stanza segreta del Castello di Wodahs, nelle antiche fredde terre del nord. Fu lavata dalle levatrici, avvolta in una piccola coperta e portata al fianco della madre. Con il viso di fronte a quello di lei, la bambina aprì per la prima volta i due occhietti azzurri come il cielo, e la regina Lilith sorrise e pianse, parlando agli occhi di sua figlia: – Avrai il nome di un fiore, di un fiore che nasce di Maggio, perché sei il fiore che ha illuminato la mia Notte. – Poi si rivolse alle altre donne, sempre guardando negli occhi la figlia: – Ma nessuno dovrà sapere, del fiore stanotte sbocciato tra queste fredde mura, da voi dolcemente curato, da me dolcemente… amato. – è tutto passato, piccola Ailhad. Il peggio è passato.
§
E l’estate passò, nelle terre di Wodahs. Le levatrici si prendevano cura della piccola Ailhad, e Lilith curava il peso che aveva nel cuore. Quel pomeriggio camminava lungo le alte mura del castello, guardando oltre la pianura verso le montagne lontane, mentre il vento la scuoteva in tremiti che ormai sapeva sopportare. Era un pomeriggio di sole, ma già l’aria aveva un odore diverso, ed il vento soffiava deciso a spazzare via il ricordo della stagione estiva, passata per lei nell’atmosfera protetta dei locali ombrosi del castello, per il re Oire nelle interminabili battute di caccia sotto gli alberi ombrosi dei boschi dell’ovest. Oltre le montagne, il dominio di Th-gil. Il popolo di Gil. In passato, sulla pianura, molto sangue era stato versato nel corso di cruente battaglie. Sembrava ancora di vedere, in corazze lucenti che brillavano al sole, gli odiati cavalieri avanzare verso il castello. Ogni riflesso delle loro armature era stato uno spillo negli occhi neri della regina, mentre seguiva le battaglie dall’alto delle mura, incurante delle frecce. Insieme a quella luce portavano la morte. Ricordava ancora bene la paura di quei giorni. I giliani erano ciò che la regina maggiormente odiava. Dicevano di voler stabilire un regno di pace, ma Lilith sapeva quali e quante indicibili sofferenze quella pace sarebbe costata. Mai, avrebbe permesso anche ad uno solo di loro di profanare l’armonia del suo regno. Avrebbe dato la vita per questo, se solo fosse stata certa che il suo re barbuto e accomodante avrebbe poi continuato a combatterli. Anche adesso, che guardava ancora quegli eventi con gli occhi della memoria, mentre cavalieri fantasma continuavano a combattere nella grande pianura a sud del castello, sentiva un poco quegli spilli negli occhi. Ma quel peso non lo poteva guardare. Circondato da nebbie era il cuore della dolce Regina di Wodahs, capelli neri come la notte e sguardo fiero come l’alba, ormai donna e ancora ragazza, dai lineamenti decisi e dalle labbra lisce. Quello stesso sguardo non si abbassò, quando sulla torre a sud comparve la strega Ethiw, il vestito bianco immobile contro il vento. Solo, il cuore della regina sembrò fermarsi. E in un battito delle sue lunghe ciglia nere, la strega era sparita. Lilith rabbrividì aggrottando la fronte e stringendosi nel mantello, ma non fu il freddo portato dal vento, che soffiava costante. Lentamente, parole ascoltate in sogno si fecero strada nella sua mente, ed un crescente dolore nel suo petto. La maledizione pronunciata dalla strega nel sogno di un anno prima. La ricordò parola per parola, sebbene pensasse di averla dimenticata. – Partorirai una bambina, in notte di luna piena. In maggio, il tuo ventre la darà alla luce. Ma se principessa ella diverrà, avrete solo dolore, perché è nato stamattina colui che è destinato ad amarla, ed egli è il principe del Regno di Th-gil, e in questo giorno i loro destini ho legato con un incantesimo così potente che nemmeno l’antico Merlino potrebbe spezzare. Essendo nato oggi, ombra scura nella Luce, tra un anno meno due giorni nascerà tua figlia, stella chiara nella Notte. – Un mese dopo il sogno, a causa di una controversia sull’assegnazione di un terreno ai mezzadri, stava cercando nell’archivio del vecchio re un possibile precedente, un certo editto che le sembrava di ricordare. Mentre visionava i fogli consunti e irrigiditi dall’umidità, trovò un documento evidentemente fuori posto; infatti, anche se il testo e le firme regali a fondo pagina erano quasi illeggibili, si capiva che doveva essere un antico trattato di tregua tra i due regni confinanti. Continuando a fissare il foglio per tentare di decifrarlo, Lilith si alzò per rimetterlo al posto giusto, ma subito si fermò. Lo stemma del regno di Th-gil, la mezzaluna bianca, era ancora chiaramente visibile. Il disegno però era cambiato: sulla luna ora c’era una stella. Una stella nera. Il sole aveva già cominciato la sua lenta discesa e mentre le ombre si allungavano ancor di più all’interno del castello, il freddo si fece più pungente. Così Lilith si ritirò nelle calde stanze reali, accanto al calore del fuoco, nella dolce oscurità accarezzata dalla danza delle fiamme e delle ombre. Sulla sedia di fianco, alcuni fogli sparsi. Le piaceva leggere, ma i pochi libri della biblioteca del castello li aveva riletti tante volte, e solo raramente riusciva a farsene pervenire qualcuno nuovo dalle terre del sud. Le calde terre del sud in cui era nata. Le restavano solo i documenti storici, ma tra le righe di quegli editti, di quei resoconti, di quei contratti, lei riusciva ad immaginare i fatti che erano accaduti, e la sua mente volava e sfiorava storie di guerre, tradimenti e inganni, amori e sconfitte. Li immaginava tra le ombre della luce del camino. Dicevano che le stanze del palazzo di Th-gil fossero, per volere del re, illuminate a giorno, anche di notte, e che i battenti delle finestre venissero tenuti sempre aperti, anche nelle fredde giornate d’inverno. Lilith si chiese come facessero a sopportarlo. Dicevano che a volte il re avesse punito con la morte, la violazione di questo volere, e che un servo fosse stato accecato col fuoco, per aver avuto la negligenza di lasciare spegnere una sola torcia, nella sala del trono.
§
Passarono gli inverni, ed erano tempi di pace, perché per lungo tempo degli invasori ligiani non si seppe nulla, fino al punto che tutti sembrarono averli dimenticati. I pacifici abitanti di Wodahs non avevano alcuna intenzione di attaccare briga, ed il re Orie condivideva questo sentimento comune. Anche Lilith preferiva non smuovere le acque. La piccola Ailhad era stata cresciuta ignorando di essere la figlia della regina e del re, da colei che credeva sua madre, ovvero Gaia, la vedova del vecchio consigliere reale morto un mese prima della nascita di Ailhad, la sola persona ad essere a Lilith così fedele e amica da accettare questo peso senza dirlo a nessuno, senza nemmeno voler sapere tutta la verità. In realtà Gaia pensava che la bambina fosse una figlia illegittima, tenuta nascosta dal re e dalla regina per non pregiudicare la rispettabilità delle cariche che ricoprivano, e con esse la fiducia dei sudditi verso la corona. Invece nemmeno Oire sapeva. Quando la bambina nacque, il re era in viaggio da mesi nelle terre del sud, per partecipare ad un importante incontro diplomatico, e non sapeva nulla della gravidanza. Lilith passò i mesi che precedettero l’estate a scucire da tutti gli stemmi reali, sottratti in segreto, la stella bianca apparsa in mezzo al simbolo della luna nera. Fece forgiare nuovi scudi e cucire un nuovo stendardo. Quando tornò, il re fu solo contento di questo grande rinnovamento disposto dalla regina e non ebbe nulla da obbiettare. Era uomo acuto ma semplice. Tuttavia la gente cominciava a parlarne, a bassa voce, perché la piccola difficilmente poteva passare inosservata. Aveva infatti la pelle bianca come nessun abitante di Wodahs, capelli biondi che splendevano al sole come una corona d’oro, occhi azzurri come il cielo d’estate. Per il resto era in tutto simile alla regina, ed anche il suo sorriso era lo stesso, forse ancor più bello, e cominciava ad incantare gli altri ragazzi come il sorriso di Lilith aveva incantato gli occhi del re, parecchio tempo dopo l’incoronazione. Ailhad aveva ora tredici anni. Ailhad non stava con i ragazzi della sua età, passava molto tempo in casa, davanti allo specchio o a dipingere, e spesso Lilith se la trovava a palazzo. – Mia Regina, chiedo il permesso di consultare un libro, nella biblioteca Reale, perché non ho ancora potuto terminare di leggerlo. – E Lilith, come sempre, acconsentiva, e riconosceva gli stessi occhi cui aveva parlato in quella notte di luna piena, e quando a volte Ailhad inclinava la testa di lato per scrutare questi pensieri della regina, aggrottando la fronte e stringendosi nel mantello, Lilith sentiva un impulso fortissimo ad abbracciarla, a raccontarle tutto. E sentiva tutta la pressione, sulla mente, di una forte intelligenza. Ma non poteva lasciarsi andare, e rispondeva alla richiesta. – Certo, piccola Ailhad, lo sai che puoi tornare quando vuoi, per questo. – Ma Ailhad, ogni volta, chiedeva. E ogni volta che riceveva l’approvazione, sorrideva alla regina e correva verso la biblioteca, e Lilith la seguiva con lo sguardo. A volte la fermava prima che uscisse, per chiederle che libro avesse letto, e un po’ parlavano, delle storie che lei stessa conosceva, scambiandosi opinioni e fantasie. Era questo il momento più bello per la regina, che si chiedeva come sarebbe stato, poterla avere con sé. Una volta, Lilith andò alla biblioteca dopo la visita di Ailhad, e trovò che aveva dimenticato diverse torce accese. Il salone era sempre immerso nella penombra, ma l’atmosfera era leggermente diversa, inusuale per quelle stanze. Anche se non aveva intenzione di sgridare la ragazza, la regina rimase lievemente turbata da questo fatto.
§
Passò un altro anno. Arrivò ancora l’inverno. Da un po’ di tempo, Ailhad aveva smesso di fare visita alla biblioteca, tanto che la regina si preoccupò, e fece chiamare Gaia a corte. Quando gli inservienti furono congedati, le due amiche si abbracciarono, lasciando cadere le formalità. – È molto freddo, quest’inverno, e mi sento molto sola. – disse la regina. Gaia sorrise. – Sai che Ailhad mi parla spesso di te? È così fiera di essere simpatica alla regina… penso ti veda come… una sorella più grande, più bella. Una persona da imitare. – – Questo non ti ferisce, Gaia? – disse Lilith ora seria, tenendole la mano. – Sono cose che avevo messo in conto, amica mia. E poi ad Ailhad manca un padre, e in parte ne sto facendo le veci. Quindi fra poco sentirà il bisogno di avere una persona con cui confidarsi, diversa da me. Ho la sensazione che dovrai vedertela tu. – Gaia sorrise di sottile malignità non celata. Questo ruolo di padre sembrava affrancarla da qualcosa che Lilith non conosceva. Lilith aggrottò la fronte. – Confidare cosa? – – La fanciulla ha un cuore, amica mia, ed è fatta di carne, ed i suoi occhi cominciano ad incontrare altri occhi. E sai bene quello che succede ad una ragazza della sua età. – Non lo sapeva. La sua infanzia era stata l’infanzia di una nobile, destinata al trono, vissuta nelle stanze dei palazzi. Non aveva nemmeno osato guardare un uomo, fino a che non fu sposata, con colui che ancora non amava, come era stato deciso fin dalla sua nascita. Lasciò la mano di Gaia. – Forse è meglio che ti illumini un poco, mia Regina. – disse Gaia vedendola silenziosa. Sorrise. – Ailhad si è innamorata per la prima volta, di un tipo a dire il vero abbastanza stupido. Ma lei non la vede così. È come impazzita, sta tutto il giorno in casa a scrivere, scrivere. Si ferma solo per guardarsi allo specchio, sorride, passa moltissimo tempo così, a pettinarsi. Chiude la porta, si butta sul letto, piange. – Gaia si fermò cercando l’ombra di un sorriso sulle labbra di Lilith. Non lo trovò e proseguì gesticolando. – Mi urla di andare via, dopo un po’ esce di nuovo sorridente e affamata. Non dorme la notte. A volte non mangia. Corre alla porta come se dovesse arrivare il Re in persona e torna in stanza delusa, perché era il garzone del lattaio, che tuttavia passa da anni alla stessa ora... altre volte potrebbe succedere di tutto, potrei urlarle nell’orecchio e lo stesso il suo sguardo rimarrebbe… come perso, nel vuoto. – dopo aver detto questo, il suo sorriso si spezzò, guardando Lilith che si girava per andare di fronte al fuoco. – Ti prego, Gaia, non dirmi altro. Non ora. – – Ma non puoi sempre fuggire, Lil, devi affrontare questa cosa. Vedrai, non è così difficile, anche se ufficialmente non si deve sapere, niente ti impedisce di.. – Gaia si fermò. Gli occhi della regina erano lucidi. – Vattene, te ne prego, non puoi sapere… non posso… – Lilith si interruppe, lo sguardo era sempre lontano da quello dell’amica. – Scusami, amica cara. Ti devo solo ringraziare per quello che hai fatto, che stai facendo. – Gaia la guardò a lungo, aspettando che alzasse lo sguardo, il suo sguardo fiero che conosceva bene. Ma questa volta non accadde. E se ne andò. Nello specchio, per un attimo, un vestito bianco. La strega Ethiw, luminosa come la luna, che aveva chiesto ospitalità nel suo regno e che lei aveva cacciato, tanti, tanti anni prima. Lilith sentì ancora quel peso, questa volta quasi schiacciarla. Ora sua figlia stava diventando la donna cui la profezia avrebbe portato tristezza: come aveva potuto evitare questa consapevolezza, nonostante lo sapesse? Come avrebbe potuto Ailhad evitare questa tristezza, senza sapere? E Lilith non poteva nemmeno aiutarla, lei che l’aveva condannata. Lil doveva assumersi la responsabilità di quella scelta fatta quattordici anni prima. Perché altrimenti il dolore sarebbe stato più grande. Sì, il dolore dalla quale l’avrebbe sempre protetta. Ora ne era certa. Avrebbe rispettato la maledizione che aveva dovuto accettare quattordici anni prima. Sua figlia non avrebbe mai saputo, avrebbe avuto un dolore minore, non avrebbe mai conosciuto il suo amore impossibile. Mai un giliano avrebbe camminato, sposo di sua figlia, nelle stanze del castello, mai avrebbe permesso che sua figlia andasse in sposa al futuro re di Th-gil. Lei lo sapeva, sarebbe stata una tremenda tortura, per la figlia di Wodahs, vivere nelle fredde e luminose stanze di Th-gil, come sapeva che mai nessun giliano avrebbe sopportato di vivere a Wodahs senza in cuor suo sperare di renderlo diverso, snaturarlo, violarlo, distruggerlo. No, mai nessun giliano avrebbe avuto sua figlia. Per gli stessi motivi due popoli non avrebbero mai potuto convivere. E Lilith avrebbe accettato quel peso nel petto poiché Ailhad, come principessa, avrebbe dovuto sacrificarsi per il suo popolo. Ma la regina Lilith non avrebbe sacrificato l’amore di sua figlia. E le stanze del castello di Wodahs, finché la Regina avesse vissuto, sarebbero rimaste sempre immerse nell’oscurità.
§
Mio amore Chiudi gli occhi A quella luce Accecante Così potrai vedere Me Che nella luce sparisco Che nel buio Sarò la tua stella Gaia appoggiò il foglio sulle ginocchia e sospirò. – Ailhad, ti rendi conto della persona a cui stai dedicando questi versi? – – Oh, sì, mamma, lui è… lui è… – – Lui è il figlio del maniscalco, Ailhad! E’ già tanto che conosca la differenza tra il giorno e la notte! – – Ma il suo lavoro è nobile mamma, come puoi parlarne così? Solo perché tu non hai avuto mai bisogno di lavorare, non puoi disprezzare gli altri che… – – Io cosa? – – Scusa Mamma, non volevo dire… – Gaia scosse il capo, e la ragazza guardò la finestra. – Ailhad, Sammy è un bravissimo ragazzo, lo so. Voglio dire che non potrai costringerlo a raccogliere frutti che non vorrà mangiare, e se vorrai farlo lo stesso sarai tu, a non rispettarlo. – – Ma io lo amo! – – Si amano tante cose, tante persone. Una ragazza deve scegliere, deve saper aspettare, sapersi negare. – alchè la ragazza assunse un’espressione dubbiosa, e la donna scosse la testa. – Immagina di fare un viaggio, per arrivare ad un bellissimo castello… – Gaia introdusse una pausa retorica, che ottenne l’effetto desiderato. La bella principessa Ailhad inclinò dolcemente la testa di lato, puntando le pupille nell’altra direzione. La madre adottiva proseguì. – …quel castello è il più bello del regno, e contiene tutte le cose che si possono desiderare, ma che solo tu potresti amare, e c’è un principe che ti aspetta, da sempre. – Attenzione di adolescente catturata. – Solo che nel viaggio, incontri un sacco di posti bellissimi, ed in ognuno ti vorresti fermare. Ogni volta, però, capisci che devi andare avanti. In uno, la gente non ti capisce, e non si accorge del posto magnifico in cui vive. In un altro ancora la gente è consapevole della bellezza, ma non ti vuole, ti guarda in modo strano. In un altro ti accolgono e ti accudiscono, ti offrono qualsiasi cosa, fino al punto che non vorresti andartene mai via. Ma ti annoi, cominci a trattarli male e presto devi ripartire. Poi arrivi nella città della gente astuta, che riesce ad ingannarti e a farti credere che il tuo viaggio sia giunto al termine. Le dolci bevande che ti preparano sono drogate, e ti fanno vedere cose che non esistono. E’ il momento più difficile. Devi ricordarti il motivo per cui ti eri messa in marcia. Devi usare tutte le tue forze. – – E se il castello non esistesse? – Alcuni istanti di silenzio. – Bambina. Tutto ciò in cui riesci a credere, esiste. Nient’altro. – – E io dovrei credere ad una cosa così stupida? – – No, stupidina, prima dovrai conoscere il significato della parola “metafora”. – – Io lo so cos’è una metafora! – – Certo, piccola, certo. – Quella notte Ailhad non riusciva a prendere sonno; così, facendo molta attenzione a non fare alcun rumore, andò in solaio a rovistare tra i ricordi del Consigliere. Le piaceva andare lì e lo faceva spesso. Cercava una traccia, una qualche indicazione. Perché non sapeva più chi fosse. E quella notte la trovò. Nel baule dell’uniforme. In una tasca interna. Era rimasta nascosta lì. Strinse tra le mani la collana con appeso il vecchio stemma reale, appartenuto a quello che credeva essere stato suo padre, tenendo il pendolo davanti agli occhi. Si chiese perché prima fosse diverso, perché poi avessero eliminato la stella bianca. Per qualche minuto restò immobile a guardare la finestrella che dava all’esterno, poi mise a posto tutte le cose esattamente come le aveva trovate e scese, pensando che il furto di un oggetto dimenticato non sarebbe mai stato scoperto. Infondo era giusto che fosse suo, ora. Lo strinse con forza, nella tasca della vestaglia. Sì, lo sentiva proprio suo, l’avrebbe sempre portato con sé. La mattina dopo, interrogò Gaia: – Mamma, ma lo stemma reale è sempre stato così, una mezzaluna nera? – – Certo piccola, che domande stupide! – disse mentre stava impastando il pane per la sera. – Così… chiedevo. – disse mettendo in bocca una fetta di pane del giorno prima. – Sono cose antiche, mica cambiano da un giorno all’altro. Deve succedere qualcosa di molto, molto importante. – Per Ailhad era abbastanza. Quasi troppo. Roba su cui fantasticare per anni. E in cuor suo, senza nemmeno sapere perché, aveva già dimenticato Sam, mentre raccoglieva le sue cose per andare alla biblioteca di palazzo.
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Passarono altri dodici anni, e Ailhad era diventata una donna. I lunghi capelli biondi scendevano con grazia dalla sua testa, e lo sguardo era fiero e segnato dal dolore come quello della regina. In quello sguardo un uomo si poteva perdere in un istante. Con un solo gesto della mano, poteva interrompere dieci persone che discutevano, al circolo dei poeti di corte. Ma era triste, perché quel castello che sognava da ragazza non lo aveva mai trovato. E come aveva previsto sua madre, non aveva potuto fermarsi in nessun altro posto, nessun uomo era stato alla sua altezza. Ma non provava più orgoglio per questo, ora. Essendo a quei tempi una cosa molto singolare, per una donna della sua età dotata di tale bellezza e fascino, non avere ancora trovato marito, le persone cominciarono a immaginare che fosse una strega, ad inventare storie sulle sue lunghe assenze, passate a camminare da sola nei territori circostanti il castello, in luoghi dove solo i cavalieri usavano addentrarsi. I più bravi ad inventare quelle storie erano proprio gli uomini che aveva abbandonato, che aveva amato. Che le avevano detto di amarla. A volte non rincasava la sera, e si diceva passasse la notte nei boschi, dove avrebbe costruito una casa di legno in cui compiere i riti oscuri e sanguinari della magia nera. Ma lei si limitava a camminare e pensare, e non si curava delle dicerie, e un giorno arrivò veramente fino ai limiti del bosco, senza tuttavia osare entrarvi. L’aria era tranquilla, quel giorno di primavera, e la coltre di nubi nere visibile lungo la catena montuosa avrebbe imperversato a sud, nelle terre di Th-gil. Cominciavano a vedersi alcuni fiori, e si sentivano le grida delle rondini. Dall’interno del bosco arrivava il suono impetuoso del fiume Tipris, gonfio di acqua per le lunghe settimane di pioggia. Ailhad trasse un profondo sospiro dal naso, il viso rivolto al cielo, gli occhi chiusi. Improvvisamente si accorse di non sentire più il rumore del fiume, né quello degli uccelli. Non si sentiva nemmeno il soffiare del vento tra le foglie degli alberi, tutto era diventato irreale, come in un sogno. Si spaventò, come non le accadeva da anni. Cominciò a guardarsi attorno, a indietreggiare. Si chiese se stesse diventando sorda. Ma non pensava potesse accadere in quel modo. Però avvertiva un forte ronzio nelle orecchie, nella testa. Chiuse gli occhi e li riaprì, tenendosi la testa fra le mani. Non compiva spesso questo gesto, i capelli dorati svelarono il suo viso. Provò a chiamare aiuto. La sua voce si sentiva forte e chiara. Nello stesso istante in cui cominciò ad avere veramente paura di essere caduta vittima di un sortilegio, senza un preciso motivo, ebbe anche la certezza di non correre alcun pericolo. Sentì allora delle voci sussurarle attorno, come se provenissero dalle sue stesse orecchie, dalla sua stessa testa: Sei Stella Bianca. Ricordi? Bianca Stella, Bianca… La luce e l’ombra, l’Ombra, la Luce. Saprai veder? Saprai vedere? Ssssssshhh. Non nell’ombra, non nella luce, saprai, principessa? Le voci si accavallavano e si ripetevano, sempre più numerose, a ritmo regolare. Sempre di più, finché Ailhad non cominciò a girare, girare, con le mani sulle orecchie. Saprai, principessa? Fino a che diventarono insopportabili. Fino a che si fermarono, in un solo momento. Come se quelle voci non ci fossero mai state. I rumori tornarono. Gli uccellini, il fiume, il vento. Ailhad si accasciò al suolo, sfinita. E pianse, come da ragazza. Pianse perché allora era vero, che era pazza.
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Stava scendendo la sera, nelle pianure a sud delle montagne Shalig. Le nubi nere si addensavano, gettando il paesaggio in una luce irreale, senza ombre, in un’atmosfera densa di attesa. Il vento freddo scendeva dalle montagne teso e impetuoso, raffiche imprevedibili portavano lontano mulinelli di foglie e polvere. C’era elettricità nell’aria e tuoni lontani si avvicinavano sempre di più. In mezzo alla radura, un cavallo nero senza cavaliere correva solitario in direzione delle montagne, in corsa sfrenata ed irregolare. Si fermò impennandosi e nitrì al cielo. Era un bellissimo sauro nero, snello e dalla muscolatura potente. Poco lontano, un cavaliere, anch’egli vestito di nero, inginocchiato con i pugni nella terra, e gli occhi chiusi, stretti come i suoi pugni. Cosa gli era successo? La corsa sfrenata verso la tempesta, lontano dal castello, verso il nord. Senza sapere perché. Il silenzio improvviso, la figura vestita di bianco sull’esatta traiettoria del cavallo, superata la collina, l’impennata del cavallo, tutto che gli girava intorno, il dolore lancinante alla schiena. Aveva aperto gli occhi e la donna non c’era più. Eppure nella radura non c’era nessun luogo in cui nascondersi. Un’allucinazione. E quella voce – non è l’ora – doveva essere stata anch’essa un inganno dei sensi. Ma allora il cavallo? E poi per cosa, non sarebbe stata l’ora? Era sicuro che Drilaz avrebbe ritrovato la strada di casa, era un animale molto intelligente. Il principe Nehp era troppo lontano dal castello e a dire il vero la cosa non gli dispiaceva. Anzi, lo faceva stare in pace, ma non aveva nessuna voglia di farsi la sfacchinata per tornare prima di sera ed evitare le ire del re. Chiamò il cavallo con un fischio. Drilaz nitrì, ma il vento irregolare non consentiva di rintracciare l’origine di quel verso. Senza essere pienamente cosciente del motivo ebbe una sensazione di acuto disagio, perché qualcosa dentro Nehp pensava che la caduta da cavallo fosse stata una sorta di punizione. Eccolo, lontano da casa, rinnegato dalla sua famiglia, una macchia nera nella tempesta. E se fosse stato vero, che era malvagio? Serrò i pugni resistendo al dolore alla schiena. Resistendo crampo che aveva nello stomaco, quello che non era dovuto alla caduta. – Allora sono il Male – pensò rivolto al cielo nero e minaccioso, ma con gli occhi nella terra ai suoi piedi. – Se è così fatevi avanti, Demoni, venite a prendermi! Ora! – Ma di demoni, nemmeno l’ombra. Nessuna creatura infernale rispose all’appello. E la pioggia cominciò a scrosciare, forte, irregolare, sulle terre del popolo di Gil. E le lacrime del principe Nehp la pioggia sciolse nell’acqua, in brividi di freddo. Per molto tempo stette fermo, le braccia conserte, a guardare la pioggia. Improvvisamente sentì un soffio caldo vicino al collo. Il suo cavallo, Drilaz, era tornato. – Drilaz! Amico mio. Sapevo che non mi avresti lasciato. – Nehp sorrise, per un animale nobile che non poteva capire il suo tormento. Forse però avrebbe capito le sue lacrime. E capiva molto bene le carezze. – Che è successo, Drilaz, quella donna ti ha spaventato? E’ tutto passato, amico mio. Il peggio è passato. – A palazzo, il re di Th-gil, Sen-dil stava parlando al consigliere, nella sala dei banchetti. – No, Nehp non potrà mai regnare. Non riesco nemmeno a immaginare come si potuto nascere, nella famiglia reale, nella stirpe di Gil, un principe la cui natura è così contraria a quella di noi tutti. Il suo animo è inscrutabile, Lothar. I suoi pensieri sconnessi e oscuri. Lui vuole nascondere la sua anima. Forse perché non ce l’ ha nemmeno, un anima. Ma non potrà nascondere nulla al Re. Nessuno può nascondere qualcosa al Re, nel regno di Th-gil. – Sapete dove si trova, mio Re? – Il re di Th-gil assunse un espressione interrogativa. Lothar proseguì. – Si dice che sia scappato. Lo hanno visto correre verso nord, con il suo cavallo. Sta facendo sera e non è ancora tornato. – Il re Sen-dil si alzò. – Allora quando farà ritorno, perché farà ritorno, che le luci della sua stanza da letto rimangano accese, anche durante il sonno, e la porta di ingresso venga abbattuta, fino alla data in cui inizierà la guerra, che come sai avrà luogo all’inizio dell’autunno. E Nehp partirà insieme agli altri soldati. – Si rimise a sedere. – Così ho disposto, istruisci la servitù affinché il mio sia fatto come in mio Volere. – E chissà, la sua anima forse verrà alla Luce. Pensò Sen-dil, che amava suo figlio.
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Mia Vita Apri gli occhi Al buio Profondo Così potrai vedere Me Che nel buio mi perdo Che nella luce Dei tuo occhi Proteggerò La tua pelle – Che tipo! – Sha-dil, la bella cameriera di corte, passò il foglio alla sua amica. L’amica lesse la poesia e disse: – E dai, però è stato carino, a scriverti una poesia. – sorrise e alzò gli occhi al soffitto. – Chi credi che sia? – – Non lo so, e poi mica ho capito cosa mi ha scritto. L’ho trovato sotto un piatto mentre ero di turno. Almeno credo, che la poesia sia rivolta a me. – – E se fosse lui, se fosse proprio il principe? – – Non dirlo nemmeno per scherzo, che mi fai venire il mal di pancia! – risero insieme come due bambine. – Oh, sicuramente mia madre smetterebbe di ripetermi che devo sposare un uomo ricco! – E ridendo, si salutarono. Ma Sha-dil, il foglio, lo tenne con sé. Non aveva mai letto poesie, non capiva quelle parole. Ma erano così belle…
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Anche quell’estate passò, ma fu un’estate strana, per via della guerra che era stata dichiarata in giugno. Le persone si scambiavano poche parole, e gli scherzi terminavano presto. Solo per i bambini, non era cambiato niente, e continuavano a giocare. Solo per Ailhad, non era cambiato niente, e continuava a stare da sola. Nella sua stanza, si pettinava davanti allo specchio, come faceva da ragazzina. Ripetendo quei gesti riusciva a sentirsi un po’ tranquilla. Anche quando sentì le prime grida – Stanno arrivando i soldati! I soldati giliani! – lei continuò a pettinarsi. Dopo un poco, sollevò una mattonella sotto il letto, e al di sotto di essa raccolse la collana con lo stemma reale. Se la mise al collo per la prima volta, la nascose sotto la veste ed uscì dalla stanza. Gaia stava correndo giù dalle scale, con uno scrigno e altra roba in mano. Vestiti, un candelabro. – Piccola, cosa stai facendo? Hai preso le tue cose? Ma non hai sentito le grida? – Gaia era infuriata, ma pensava che fosse colpa sua, se sua figlia era diventata così. – forza, aiutami, muoviti! E muoviti! – Ma Ailhad stava già uscendo, e non aveva niente con sé. – Ailhad, a palazzo!! – Urlò Gaia dalla cucina. – vai dritta a palazzo! Capito? La regina ci farà entrare. – Dopo qualche minuto entrarono due soldati. – Abbiamo ordine di scortare voi e vostra figlia fino al palazzo reale. – – Che sciocchezze, possiamo arrivarci da sole, siamo all’interno del castello... – Gaia continuò a raccogliere oggetti dalla cucina. – Ordini della Regina. Dove si trova la ragazza? – – Sta andando lì, l’ ho mandata avanti. – Il soldato che doveva essere il più alto in grado parlò all’altro: – Aiuta questa donna, io vado a cercarla. – – Come, a cercarla? – disse con calma Gaia appoggiando gli oggetti sul tavolo – perché? dovrebbe essere già arrivata. – nessuna risposta. – Bè, io vengo con voi. – – Niente da fare, lei va con lui. – La presa del soldato sul suo braccio, se non fu molto convincente, fu sicuramente efficace. Ailhad era ormai arrivata sulle mura del castello, e poteva vedere, sotto i suoi occhi, tutta la pianura fino alle montagne. Tutti erano così tanto impegnati nei preparativi per la difesa, che nessuno si curava di lei. Molto meglio, così. Pensò. Quando finalmente vide l’esercito di re Sen-dil, immobile dispiegarsi su un rilievo lontano, le armature che anche a quella distanza brillavano come uno specchio riflettendo la luce del sole, ebbe la sensazione di aver già visto quella scena. Ne era catturata, quasi affascinata. Insieme a quella luce portavano la morte. A circa un chilometro di distanza, a ovest dell’esercito giliano, nelle loro armature nere ma non per questo meno visibili di quelle degli avversari, sotto la luce solare, c’erano i soldati di Wodahs. Ailhad tentò di immaginare cosa si provasse, sotto i raggi del sole in quelle armature nere come la notte. Questo la fece pensare alle persone con cui era cresciuta, i suoi vecchi amici che poi l’avevano odiata, ma cui lei non aveva mai smesso di volere bene. A suo modo. Li considerava dei bambini. Ma ora quei bambini erano pronti a morire, per lei. I suoi occhi non si abbassarono. La battaglia cominciò. I cavalieri lucenti caricarono.
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La corsa dei cavalli sembrava non finire più. Drilaz era in forma come non mai, ed era il più veloce di tutti i cavalli dell’esercito, quindi cominciò a prendere terreno sugli altri, finché circa a metà strada era secondo solo al cavallo del Re Sen-dil. – Vattene, figlio, stai indietro. Non hai esperienza, ti uccideranno prima che tu possa menare il primo fendente. – urlò Sen-dil con voce tonante, sopra il rumore assordante degli zoccoli. – Non ho paura della morte. – e si affiancò al padre. Un cavaliere bianco e un cavaliere nero, alla testa dell’esercito più potente di tutte le terre del nord. – Vuoi essere un Re? – Nehp non rispose. – Vuoi essere un Re? – Ripeté Sen-dil. Il principe Nehp si voltò verso il re. Per la seconda volta, non disse nulla. – Rispondi a tuo padre! – – Sì! – urlò il cavaliere nero. Stupendosi di aver pronunciato quella parola. Lacrime solcavano il suo viso, non viste all’interno dell’elmo nero. – Allora impara prima ad essere un principe, e stai indietro. Per il tuo popolo. – Nehp si lanciò invece al galoppo, superando il re. La battaglia fu lunga e sanguinosa. Il principe scoprì di essere molto più abile dei suoi avversari, e anche di molti suoi compagni. Drilaz rispondeva ai suoi comandi quasi come non sentisse il giogo, le redini, gli speroni, ma direttamente il suo pensiero. Si sentiva leggero e potente come un falco. Alla fine i nemici lo evitavano, e si ritrovò a girarsi e rigirarsi, col suo cavallo, cercando qualcuno che volesse sfidarlo. Ma i cavalieri neri, i pochi rimasti, si stavano già ritirando. Questa volta la battaglia era vinta. Si sfilò l’elmo e cercò lo sguardo di suo padre, per poterlo decifrare. Lo vide. Era fermo, sul cavallo più grande e più bianco di tutti. La sua spada era nel fodero, la sua armatura schizzata dal sangue, non il suo. Il re lo guardò, ma solo per un istante. Poi chiamò a raccolta i generali per decidere i tempi dell’assedio. Dietro la collina, altri soldati stavano trascinando le catapulte e la torre di legno che avevano costruito nel campo, predisposto la settimana prima. Ma dell’opinione di suo padre, a Nehp ormai non importava più. Veramente. Portò come gli altri il suo cavallo al fiume, al passo, per lasciarlo riposare. Al fiume avrebbe controllato che Drilaz non fosse ferito. Passò attraverso un villaggio distrutto dalle fiamme. Alcuni soldati giliani stavano sfondando le porte di un’abitazione abbandonata. – Ehi, principe, sai perché hai salvato il culo? Perché ti credevano dei loro! – Risate. – Guarda là, ne avevamo dimenticato uno, come ha fatto a sfuggirci? – Altre risate. Erano delle belle battute. Nehp proseguì senza il minimo turbamento, pensava solo a portare il suo cavallo al fiume. Una volta arrivato al fiume, scese da cavallo. Appena si voltò per raccogliere dell’acqua, si trovò davanti la strega vestita di bianco, che ora riconobbe come la stessa figura che aveva innervosito Drilaz qualche mese prima. Si ricordava anche di averla vista quand’era molto piccolo, e pensò che forse all’epoca viveva proprio al castello. Com’era possibile? Una strega a castello? Nehp, dopo una battaglia del genere, non aveva certo paura di una strega. E poi, si sentiva abbastanza al sicuro. – Eri tu, la scorsa primavera, nella radura? Cosa volevi dire con quella frase? – La donna lo fissò negli occhi. Profondamente. Era difficile sostenerne lo sguardo, ma riuscì a non abbassarlo. I rumori, tutti i rumori, scomparvero. – A nulla varrà l’ Eterna Notte. – Ma la strega non aveva aperto bocca. Nehp venne abbagliato dal luccichio di un’armatura, e la strega vestita di bianco era scomparsa. Lontano, gli uomini continuavano a spostare le grosse, pesanti armi da assedio.
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Nel vedere il suo esercito perdere per la prima volta, così decimato, sul volto della dolce regina Lilith scesero delle lacrime, le prime dopo quelle di gioia per la nascita di sua figlia. Allora distolse lo sguardo dalla pianura e la vide a pochi metri di distanza, più alta di lei, con quei capelli risplendenti al sole. Anche lei aveva visto tutta la battaglia. Per fortuna era lontana, e stavolta non c’erano arcieri ad assalire il castello. Non ancora. La strategia era diversa questa volta. Sembrava sicura di sé, ma Lilith si accorse che le labbra di Ailhad stavano cominciando a tremare, sul volto nascosto come al solito dai capelli. Non aveva mai visto la guerra, la gente morire così. Ailhad si voltò verso la madre. Lilith corse ad abbracciarla. E si abbracciarono, e piansero per diverso tempo. – Dove hai preso questo? – disse Lilith indicando lo stemma che sua figlia aveva al collo. – L’ ho trovato, non ricordo. – Ailhad guardava fuori dalle mura, uomini luccicanti che trasportavano dei pesanti marchingegni. Ma erano ancora molto lontani. Gli arcieri di Wodahs erano pronti a caricare gli archi. Nel caso di un assalto con frecce incendiarie. Potevano essersi nascosti dietro le colline adiacenti al castello. Le due erano ancora abbracciate. – Sono tua madre. – – Lo so, mia regina, lo so. – – A nulla varrà la Luce perenne. – – Hai detto qualcosa, Ailhad? – – Pensavo foste stata Voi, a parlare. – Ma dopo aver sentito quella frase, si sentirono più sollevate, senza sapersi spiegare il perché. Attaccarono a parlare contemporaneamente: – Sarà stata una strega! – Si guardarono e risero assieme, per la prima volta. Ma l’ilarità si spense subito. – Non mi odi? – chiese la regina. – Non so se ti devo odiare. – rispose Ailhad con noncuranza. – Forse proprio così, a prescindere da quello che possiamo pensare noi, sei stata mia madre. Insomma, forse così doveva essere, non so perché. – A quel punto sentirono il suono di un cavallo in corsa e si sporsero dalle mura. Un cavaliere nero stava arrivando presso il ponte levatoio, al galoppo. Eppure tutti i soldati erano tornati da tempo. Ailhad si voltò verso l’interno, urlando – Aprite! Aprite! C’è un superstite! – Il cavaliere nero entrò, ma non entrò da soldato. Il cavallo era un purosangue e marciava in perfetta coordinazione di movimenti, a passo cadenzato e regolare, con la testa alta. Ailhad non aveva mai visto un cavallo così glorioso, nelle scuderie del castello. Anche l’uomo aveva una postura spontaneamente regale. Quando il cavaliere arrivò al centro del cortile antistante il palazzo reale si tolse l’elmo e dichiarò, con accento del sud: – Sono Nehp, Principe di Th-gil, figlio di Raha e Sen-dil, figlio a sua volta del grande Re Sen-dil, discendente di Gil, figlio di Th-Wod, un tempo unico sovrano delle terre del nord. – Tutti gli arcieri puntarono gli archi contro lo straniero. Il re Oire, montato anch’egli a cavallo, si parò dinnanzi a Nehp. Le guardie si affrettarono a tenere il principe a fil di lancia. Oire parlò: – E quale Re, ditemi, manderebbe un principe, futuro erede al trono, come emissario durante un assedio? – – Mio padre, Sen-dil, che è tra i re il più coraggioso e nobile, mi ha ordinato di venire. – rispose il principe nero con disprezzo non celato. – Allora avrai la nostra clemenza, ambasciatore. Ma se davvero sei un principe, mostra più rispetto per il Re tuo nemico. E dicci presto la tua notizia. – – Il Re vi offre una resa onorevole, e vi lascia tempo fino a due giorni a partire da adesso, per decidere. Se entro questo termine non mi vedranno tornare, il Re si sentirà libero di dare l’ordine d’attacco, in qualsiasi momento del giorno o della notte, in un giorno a Sua scelta. – – E’ tutto? – – E’ tutto. – – Scortate il principe a castello. – – Mai! – urlò la regina dall’alto delle mura. – Portatelo nelle segrete! – i soldati si fermarono. – Silenzio. – Disse il Re. E i soldati attesero che il principe scendesse da cavallo, e lo scortarono al castello. Lilith cadde sulle ginocchia, la rabbia negli occhi. – Non una parola, figlia mia. Non una parola. Se dirai adesso di essere la principessa, sarai in grave pericolo. – E perché mai? Pensò Ailhad. – Mia Regina, io non sono la principessa. –
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Ci fu una lunga riunione, nella sala del trono, ed i consiglieri erano spaccati in due fazioni. La prima, con il re, propendeva per la resa. La minoranza, allineata sulle posizioni della regina, riteneva che si dovesse combattere fino all’ultimo. Secondo alcuni il principe avrebbe dovuto essere messo immediatamente ai ferri. Ailhad ascoltava la discussione dall’esterno della sala. Dopo un po’ si stufò di origliare a quel modo, anche perché si era già fatta un idea degli equilibri interni al consiglio. Così, per capirci di più, decise di andare a fare visita al principe, che era chiuso nella sua stanza e sorvegliato da due guardie. Andò in biblioteca, dove scrisse un ordine imitando la firma della regina, cosa che sapeva fare benissimo e si presentò davanti alle guardie. All’epoca non era così usuale saper scrivere in elegante calligrafia, quindi le guardie ci credettero, al fatto che la ragazza avesse un messaggio da parte della regina per il principe. Quando la porta si chiuse, Nehp era voltato di spalle e si alzò lentamente dal letto. Sembrava molto stanco. – Cosa volete? – – Sono la Principessa Ailhad, figlia di Lilith e Oire eccetera, eccetera, eccetera. – – Ma che dite, non… – Nehp si era voltato di scatto e non era pronto alla bellezza di Ailhad. – …non esiste una principessa di Wodahs. – principessa o no, era l’essere più stupendo che avesse mai visto. E adesso stava anche sorridendo. – Oh, esiste… – fece un gesto teatrale circolare con la mano, di rara grazia – …e non esiste. – La principessa misteriosa proseguì. – Vi ho detto la mia verità, ora ditemi la vostra. – Nehp non sapeva perché, ma di fronte a quegli occhi non sapeva mentire. Comunque, già il silenzio di quegli istanti lo aveva scoperto. Si sedette sul letto, lasciando cadere la tensione dei muscoli. – Non c’è stato nessun ultimatum. – Ma poi, che verità le aveva detto esattamente, la ragazza? Pensò che ancora una volta una donna l’aveva ingannato. La guardò e Ailhad lo fissava. Non stava sorridendo, ora. Stava pensando a quanti suoi compagni poteva avere ucciso, quel cane. Si voltò per andarsene. – Dove vai? – – So abbastanza. Vado a dirlo al re. – – Mi ucciderà. – – E’ quello che meriti. – – Aspetta. – Nehp si accorse solo in quel momento di essersi alzato, di trattenere la principessa per un braccio. Lei lo guardò fisso negli occhi, abbassò lo sguardo sulla mano di lui e lo rialzò, strappò via il braccio dando enfasi al gesto e sempre in modo teatrale si voltò, dirigendosi verso la porta. I lunghi capelli biondi la seguirono tracciando una traiettoria circolare e si fermarono quando lei si fermò di fronte alla porta. – Ma allora perché, sei venuto fin qui? – Silenzio. Ailhad stava voltando, piano, la testa. – Ho sentito delle voci… – Ailhad, che pensava di essere presa in giro, decise ancora di uscire. – … ma, ma è vero! Non attaccheranno prima di due giorni. Sono venuto ad avvertirvi. – si sentiva uno stupido, infondo non capiva nemmeno perché l’aveva fatto. – Allora sei un traditore, cavaliere nero. O forse te l’ hanno detto… le vocine? – – Io non… –. Ailhad lo interruppe. – Ma mio padre, il re, crede di avere una via d’uscita, devo assolutamente raccontargli questo. E forse avrai salva la vita. Più probabilmente ti useremo come ostaggio. – – In tal caso non penso che avreste molto in cambio. Comunque spero che si troverà una soluzione. Già troppo sangue è stato versato. – Che animo nobile, si sorprese a pensare la principessa, e lo pensava veramente. Si mosse nuovamente verso la porta, ma poi, preso in mano il suo pendolo, le venne in mente di chiedere una cosa. – Senti, scusa se ti do del tu. – – Non c’è problema. – No, non c’era proprio nessun problema, poteva proprio chiamarlo come voleva. – Ma lo stemma reale di Th-gil, è sempre stato una mezzaluna bianca? – – Ah, me lo sono sempre chiesto anch’io… pensa che cosa ho trovato per terra fuori dal castello. – ed estrasse dalla tasca l’oggetto che portava sempre con sé da quando era bambino. – ho chiesto diverse volte la stessa cosa, ma mi hanno sempre preso per matto. Non che di solito non lo pensino ma… – Si interruppe, perché Ailhad si girò, serissima, con un mezzaluna nera in mano. Con al centro una stella bianca. Restarono in silenzio per alcuni istanti, imbarazzati, gli sguardi che cercavano rifugio in qualsiasi posto, che non fossero gli occhi dell’altro. Ailhad pensò di essere stata veramente un idiota a fare così. Era venuta per cose molto serie. Stupida ragazzina. Quando crescerai? Lasciò cadere le braccia e lo sguardo. Nehp andò a sedersi sul letto, voltandole di nuovo la schiena. Non era possibile. Non in quel momento. C’era la guerra, c’erano cose più importanti. Dopo un po’ la principessa Ailhad trovò il coraggio. Tutto il coraggio che aveva. Al diavolo. E lo disse, quello che sentiva – Mio amore… – Il principe aggrottò la fronte, cercando di ricordare… – Mia Vita – – Chiudi gli occhi, A quella luce Accecante – – Apri gli occhi Al buio Profondo – – Così potrai vedere Me – – Così potrai vedere Me – – Che nella luce Sparisco – – Che nel buio Mi perdo – – Che nel buio Sarò la tua stella – – Che nella luce Proteggerò La tua pelle – – Moriresti, per accettare il tuo destino? – – Morirei, per accettare il mio destino. – Ailhad si voltò e se ne andò. Si chiuse la porta dietro le spalle e camminò spedita verso la sala del trono. Ora credeva di sapere cosa fare. Saprai vedere? Cosa vuoi fare, piccola vuoi muovere le montagne? Diceva una voce nella sua testa. Ma non era la voce della strega. Vuoi salvare un regno? Chi ti credi di essere, non sei una principessa. E vuoi salvare un regno? Due? Saprai vedere? Un’altra voce, però, le parlò nella testa, ed era la voce della sua madre adottiva, colei che l’aveva cresciuta. “Tutto ciò in cui riesci a credere, esiste. Nient’altro.” E le altre voci smisero. Le sembrò di attraversare in sogno, corridoi bui, illuminati da luce fioca e di aprire in sogno, quella porta della sala reale. Le sembrò di svegliarsi, quando tutti si voltarono verso di lei. Qualcuno stava ancora parlando ma non appena Ailhad alzò una mano ci fu il silenzio. Si inchinò al Re ed alla Regina, con grazia regale, e quando si alzò cominciò a parlare. – Sono Ailhad, Principessa di Wodahs, figlia di Oire e Lilith, sovrani del popolo di Wodahs, discendenti di Woda, figlia di Th-Wod, un tempo unico sovrano delle terre del nord. – – Cos’è questa storia? – disse re Oire. – cosa vuole, adesso, questa pazza ? – – Non è una pazza. Ed è vero, mio Re – disse allora la regina. – E’ tua figlia, la tua figlia legittima, quella che vedi davanti alla porta. – – Padre, mio Re, manda presto un emissario presso il nobile re Sen-dil, accampato nei pressi del castello e pronto alla guerra, perché ho questa notte scelto il mio sposo, ed egli è Nehp, Principe di Th-gil. Per sempre mi impegno a tenere fede a questa promessa. Per il popolo di Wodahs. – Fece un altro inchino e uscì, il cuore che le batteva all’impazzata. Non si chiese nemmeno per un istante se anche il principe fosse d’accordo, perché aveva visto con gli occhi del cuore. Perché adesso era vero, che era una principessa. Così i due regni si unirono, e trassero vantaggio dai commerci e dagli scambi di sapere. Molti altri giovani si sposarono e scoprirono che ognuno dei due regni aveva degli aspetti bellissimi, e degli aspetti negativi. Diventarono tutti un poco più aperti. La regina Lilith era molto arrabbiata, ma allo stesso tempo rasserenata dalla gioia che finalmente vedeva sul viso della Principessa Ailhad, e non era poi così tremendo che un giliano camminasse nel palazzo di Wodahs. Sempre che non venissero accese troppe torce. E poi aveva sempre il suo camino, ed i suoi libri. Ne fece arrivare tantissimi, dalle terre del sud, grazie alla riapertura delle vie di comunicazione e dei canali commerciali. Ancora poteva immaginare tante cose, tra le ombre danzanti del fuoco. Nella sua calda, sicura oscurità. Con tutti poi, fu sempre acida, fino alla vecchiaia. Ma solo lei sapeva, di quel peso che dal petto finalmente se n’era andato. D’altronde anche il re Sen-dil, essendo un re e non potendo rimangiarsi tutto, finse di rimanere arrabbiato per tutta la vita. Anche lui però, in fondo si era tolto una bella grana.
§
Aspettate! Non è mica finita. Ci furono molti secoli di pace, nelle terre del nord. E nelle notti di luna piena questa storia veniva raccontata ai bambini, attorno al fuoco, e si raccontava in molti modi diversi, anche se le cose sono andate esattamente come vi ho detto, ma finiva sempre così:
§
Quella notte, la strega Ethiw apparve in sogno a molte persone, nei regni di Wodahs e Th-gil, pronunciando queste parole: Un lupo dalla bianca pelliccia potrà sempre nascondersi nella neve, e una piuma nera nella notte sarà sempre invisibile. E a nulla varrà la Luce Perenne, a nulla varrà l’Eterna Notte, per chi vedere non Vorrà. Ma finché sarà così, sempre nascerà una stella nella notte, a ricordare questo. Sempre comparirà una macchia nera nella luce, a rammentarlo. E la luce e l’ombra per sempre vivranno abbracciate. E Nehp e la bella Ailhad? Ma naturalmente, vissero sempre felici e contenti. © 2001 Stefano Wo
di stefanowo at 23:55:15 Commenta:

02/02/2004

Aranciata

L’uomo aveva un grande cuore, e amava sua moglie e le sue due figlie, tanto che non poteva sopportare in loro la minima sofferenza. Le circondava di cure e affetto, e non faceva mai mancare niente in casa. Così anche loro lo amavano. L’uomo non poteva lamentarsi.
Ma una cosa che l’uomo proprio non sopportava era la vista del sangue, e un giorno disse al suo cervello, per scherzo: – Ascolta: tutte le volte che il sangue si troverà di fronte ai miei occhi, fammi un favore, sostituiscilo con aranciata. – Il cervello fu divertito da questa battuta. Poi pensò: – Perché no? Solo un piccolo aggiustamento, una minima difesa, per consentirgli di vivere più tranquillo. In fondo se lo merita. – – Non preoccuparti, amico mio, sarà un gioco da ragazzi. – Prima di tutto il cervello dispose che l’uomo si dimenticasse di aver fatto questa bizzarra richiesta, dopo di che si mise all’erta. Quella sera però, non successe nessun fatto di sangue. La mattina seguente l’uomo si stava facendo la barba davanti allo specchio del bagno, quando accidentalmente si tagliò sotto il mento. Il cervello prontamente elaborò l’informazione e sostituì la percezione visiva della goccia di sangue con quella di una goccia di aranciata e l’immagine del taglio a quella della pelle liscia. Allora l’uomo si chiese se avesse già fatto colazione, e il cervello gli disse sì, che aveva bevuto l’aranciata prima di andare in bagno. Gli disse che si era svegliato con una sete incredibile. L’uomo si chiese poi se non si fosse già lavato il viso, e il cervello gli disse no, che doveva ancora lavarselo. L’uomo si domandò cosa fosse quel bruciore, cosa avessero messo nell’aranciata. Il cervello se n’era dimenticato. Riparò in gran fretta all’errore, escludendo la percezione di quel dolore. L’uomo terminò di farsi la barba ed uscì dal bagno soddisfatto. Non aveva sospettato di nulla. Avvertiva solo un sottile, impalpabile senso di disagio, di straniamento. Gli sembrò di avere ancora fame, ma chissà come, la sensazione di vuoto allo stomaco svanì immediatamente. Il cervello pensò che dopotutto non sarebbe stato così facile. Si accorse che dopo aver introdotto quel piccolo cambiamento sarebbe stato costretto ad effettuare molte più correzioni di quelle che si aspettava, per mantenere una plausibile concatenazione causale, la coerenza della realtà. Tuttavia si ricordava bene le parole del suo padrone e non si scoraggiò. Siccome per niente al mondo l’avrebbe deluso, accettò la sfida e si fece forza, sobbarcandosi il grande impegno. Alla fine l’uomo sarebbe stato più felice. Anche i cervelli hanno un cuore. Più passavano i giorni, più il lavoro da fare era veramente grosso, ma ogni volta riuscì, senza che l’uomo avesse il minimo sospetto. L’unico effetto collaterale era quello strano senso di disagio dell’uomo, ma dopo un po’ il cervello diventò abbastanza bravo da riuscire a togliere anche quello. Ormai il cervello era impegnato a tempo pieno in questa ricostruzione continua. Quattro anni dopo, l’uomo era seduto a tavola con la sua famiglia, per la colazione. Guardò la moglie provando gli stessi sentimenti di quand’erano ragazzi, e ancora una volta il suo cuore si riempì di gioia nel vedere la sua famiglia raccolta, nel momento della giornata che preferiva. Sorrise. – Come siete silenziose, questa mattina. – E sorridendo, si perse negli occhi marroni di lei. L’uomo non sentì le voci, fuori dalla porta d’ingresso. Non sentì gli altri uomini, sfondare la porta a calci. Il pavimento della sala era invaso dal sangue, un disegno rosso che proseguiva sui divani e sulle pareti. I poliziotti si introdussero nell’appartamento con le armi spianate. I cadaveri della donna e delle bambine erano riversi sul cotto della grande cucina. Un uomo era seduto solo, a tavola, e parlava sorridendo e sorseggiando un bicchiere pieno di sangue. – Non bevete la vostra aranciata? – disse rivolto alle ragazzine- – Su, che poi le vitamine spariscono. – Nessuna rispose. Guardavano avanti, nel vuoto. L’uomo corrugò la fronte, dubbioso. Allora il cervello si decise ad intervenire, e la bellissima moglie dell’uomo sorrise un poco, accomodandosi sulla sedia e prendendo in mano il bicchiere. – Ho dormito poco, amore… sai, il mal di schiena. – – Dovresti fare qualcosa per quel dolore, Carla. Ci sarà pure un modo per farlo passare… – Per farlo passare per sempre. © 2001 Stefano Wo
di stefanowo at 23:51:32 Commenta:

02/02/2004

Wolverine vs Magneto

Logan credeva di avere ancora qualche giorno, di poter concentrare tutte le sue energie sul lavoro che aveva da compiere. Aveva fatto male i suoi calcoli. Mentre camminava la neve aveva già ricoperto le strade del suo manto bianco e continuava a scendere, stavolta più veloce, più pesante della settimana prima. Non sarebbe stato un soffice rifugio, ora. No. Non avrebbe calmato ancora il suo dolore, ricoprendo il passato, permettendo ai suoi occhi di riposare. Stavolta toccava a lui.
Logan camminava piano lungo la strada ai margini del Bosco Verde, nella periferia, e sentiva nell’aria l’elettricità. Avvertiva la presenza di Magneto. Nelle ossa. Nel suo scheletro di metallo. Un anno prima. Da qualche parte, nel bosco, un cerchio di fuoco. Una promessa alle Fiamme. Le parole pronunciate dal destino attraverso denti stretti in una morsa d’acciaio. Mentre Magneto la portava via, con quel suo sorriso di potere. Mentre Wolverine abbassava la testa, il volto illuminato dal fuoco ed il fuoco negli occhi, immobilizzato da un campo magnetico più forte di lui, quasi incapace di respirare. Il fuoco che non aveva potuto attraversare, anche prima che arrivasse il suo nemico di sempre. Altro piccolo effetto collaterale di una struttura ossea che conduceva il calore. E quelle fiamme erano l’Urlo di Lei, grido silenzioso e soprannaturale di cuore mutante, anello di distruzione per proteggersi, per proteggerlo. Impedendogli di salvarla. Wolverine lo vide, sagoma nera sullo sfondo di neve. I loro occhi si incrociarono, gli artigli scattarono aprendo ancora una volta le ferite sulle nocche, un dolore che ormai faceva parte di sè. E molto lentamente, con un leggero stridore, cominciarono ad allargarsi. Allargarsi. Solo un avvertimento. E Logan tremò. Non per il dolore lancinante agli arti. Non per la paura, sapeva che non sarebbe stato ucciso: Magneto amava il potere, e Wolverine era l’unico essere di cui lui poteva avere il controllo totale. Il solo fatto di poterlo uccidere quando voleva non avrebbe fermato Wolverine. Magneto poteva controllare anche i suoi movimenti e questo, per Logan, significava la massima sfida alla sua fiducia in sé stesso. No, non la paura del dolore: sarebbe morto, per lei. Quegli artigli che si incrinavano lateralmente trasmettevano a Logan un messaggio preciso, conosciuto: era stato tutto inutile. Tutti i suoi sforzi per diventare più forte, la sua ricerca e la sua crescita interiore distillata dolorosamente dalla solitudine. La sfida più grande. Su quel messaggio c’era scritto che non l’avrebbe mai più riavuta con sé, perché Logan era troppo debole. Magneto scomparve. Wolverine era svuotato, tremante, il suo potere quasi devitalizzato, non tanto dallo sforzo, ma dal fatto che aveva quasi smesso di crederci. Si inginocchiò affondando i pugni nella neve. Lentamente, le ferite alle mani cominciarono a rimarginarsi. © 2001 Stefano Wo
di stefanowo at 23:50:40 Commenta:

02/02/2004

Silenzio City

Il cielo oltre gli alberi sulla vecchia discarica trasformata in collina si tingeva di un rosso sempre più acceso, mentre i quattro compagni osservavano i resti del grande demone-robot bruciare. Il fumo era così nero che sembrava un'immensa colonna di carbonio, una specie di scultura surrealista resa immobile dalla distanza.
Poi tutti, quasi sincronizzati, si voltarono verso le navette. Zarx sospirò e lasciò scivolare via l'euforia per la vittoria. Era troppo abituato ad aspettarsi l'attacco successivo per permettere a sé stesso di abbassare la guardia e nonostante questo per un istante credette veramente di essere libero, che tutto fosse finito. Poi abbassò lo sguardo verso l'ombra della sera, senza ricordare il nome della paura, senza ricordare che un tempo, di sera, guardava fiero la luce del tramonto e giocava con il volto della morte. La donna chiamata Fiore d'Estate guardava da un'altra parte, forse dentro di sé, oppure oltre il fiume, dove l'oscurità del bosco rendeva opaco il verde acceso degli alberi. Era così magra che, davanti al sole, la luce rossa sembrava avvolgerla consumando i contorni del suo corpo fino a farla apparire come un singolo stelo di fiore, così esile ma così glorioso che nessuno avrebbe mai potuto strapparlo. Zarx percepì la sua forza e la rispettò, poi anche quel pensiero sfuggì come eclissato dal passaggio improvviso di un'ombra. Ma sarebbe tornato presto. Il silenzio che li circondava era solo interrotto dallo scoppiettare dell'incendio a cinquanta metri di distanza, e il prato sembrava immobile e la terra sembrava finalmente avere pace. Nessuno osò interrompere quel silenzio. Il calore dell'incendio muoveva una leggera brezza sulla collina e qualsiasi cosa eccetto gli sguardi sarebbe stata di troppo. Forse un giorno non sarebbe stata una vittoria, ma la Vittoria, e tutta l'umanità avrebbe finalmente festeggiato in silenzio il respiro della Terra. Ma Zarx non credeva nelle profezie tanto in voga al momento. Golia sapeva assaporare i momenti. Nel punto più alto della collina guardava la colonna di fumo surrealista e traeva da essa una nascosta energia, una qualche celata verità. Sembrò farsi più grande e tutto il suo corpo assimilava respirando un emozione che gli altri volevano in qualche modo evitare. Trasse un profondo respiro e spolverò il corpetto della sua armatura rossa. Estrasse la spada, la piantò nella terra e si inginocchiò per pregare il suo Dio. Quale Dio fosse, nessuno l'aveva ancora capito. Un giorno aveva rivelato di discendere da una famiglia austriaca di origine ebraica, ma il taglio dei suoi occhi nel grosso volto rotondo tradivano forse una porzione di DNA orientale. L’elsa della sua spada laser era antica e recava al suo centro l’incisione di una rosa. La gigantesca ala da drago del demone-robot venusiano roteò in alto con un insopportabile stridore metallico e subito dopo rovinò al suolo sollevando un grosso nuvolone di polvere e terra. Fu allora che Fiore d'Estate emerse dal sole nella sua armatura anatomica color lillà, i lunghi capelli dorati che le coprivano la schiena leggermente inarcata all'indietro. I capelli della donna non si scomponevano mai e sembravano rimanere sempre in posizione verticale, come tende luminose. I suoi movimenti erano lenti ed eleganti. Zarx non ricordava di aver mai conosciuto un'altra guerriera come lei, e ne era segretamente affascinato, come si resta affascinati da qualcosa che non sembra di questo mondo. Nessuno sapeva da dove provenisse quando si presentò alla base un giorno di cinque mesi prima, poi raccontò di essere stata allevata nella vecchia America del Nord da una società di indiani neo-Sioux. Sua madre Occhi-Sorridenti le aveva detto di averla trovata in una sfera di metallo lillà caduta dal cielo, in una notte di plenilunio. Fiore d'Estate spostò i suoi occhi azzurri su Anùl, poi inclinò la testa di lato con dolcezza, come se avesse potuto vedere il suo dolore. Anùl cercava uno sguardo di Golia abbassando gli occhi e tracciando solchi con la sua spada di luce e ombra. I capelli chiari delle due donne erano spostati dal vento nella stessa direzione. Zarx le guardò per un po’ prima di dirigersi verso la navetta da combattimento. Il portello si aprì al suo passaggio. Fu allora che sentì le voci. Le voci erano voci di bambini, e provenivano dal lato opposto della collina, dove il verde si distendeva in un'ampia radura di erba alta. Le risate sembravano andare e venire, a seconda della direzione del vento che a volte le faceva sentire vicinissime e poi le faceva sparire in un sussurro attutito. Guardando bene, ogni tanto si poteva vedere qualche piccola testa saltare fuori dall'erba. «Ehi, venite un po' a vedere qua…». Che cosa ci facevano dei bambini in quel posto così lontano dalla base e dai villaggi? I tre si raccolsero attorno a Zarx. A circa trenta metri, due testoline bionde saltarono fuori proprio in quel momento. «Sono bambini.» disse Fiore d'Estate sorridendo. «E come sono arrivati fin qui?» disse Golia. «Chissà da quanto tempo si sono persi...» disse Anùl. Avranno molta fame. Pensò Zarx. «Scendiamo a prenderli. Non è ancora nato il bambino che rinuncerebbe ad un viaggio in navetta. Li portiamo a casa e torniamo alla base.» «Avrebbero potuto essere colpiti, durante la battaglia.» disse Fiore d'Estate cominciando a scendere. «Però non mi sembrano molto spaventati.» aggiunse Golia. Anùl tentò di contare i bambini. «Sembrano quattro. Vedo due teste bionde e due scure.» «Proprio come noi…». Fiore d'Estate guardò Zarx con dolcezza, e sorrisero. Quando arrivarono ai piedi della collina, le voci dei bambini si interruppero bruscamente. I guerrieri si guardarono attorno, si separarono e cercarono un po' nelle vicinanze, muovendo l'erba più alta, ma dei bambini nessuna traccia. Forse avevano avuto paura. Ma dove potevano essere finiti? Il prato non aveva dossi né alberi e si estendeva per almeno un chilometro oltre la collina. «Ehi volete fare un giro sulla mia navetta spaziale?» urlò Zarx. Nessuna risposta. Nemmeno un colpo di tosse. Dopo tre ore di ricerche il sole era calato, e i quattro erano perplessi e scoraggiati. Avevano controllato ogni centimetro del prato, avevano sorvolato la zona più volte, ma niente bambini. Golia aveva un espressione sospesa. «Anche il bio-radar della mia navetta non segnala niente». «Eppure c'erano.» Fiore d'Estate incrociò le braccia, assumendo un’espressione accigliata. «Erano proprio lì.» «Forse era una sorta di allucinazione consensuale…» Ipotizzò Zarx. Anùl manifestò il suo nervosismo: «Ma che allucinazione! Si saranno nascosti in qualche buco, in qualche posto che in qualche modo è schermato e il radar non lo becca. Magari staranno dormendo.» Il silenzio di qualche istante fu rotto dalle parole di Fiore d'Estate. «Non possiamo andarcene così. E' importante trovare i bambini.» Quattro sguardi e quattro tipi differenti di egoismo si fronteggiarono per un po’. Anche quattro tipi differenti di amore. Questa volta per un bel po' si sentì solo il vento. Cominciava a calare il freddo. Leggeri ronzii indicarono l’accensione dei sistemi di riscaldamento delle armature. Che strana notte. Nessun animale e nessun rumore, se non il ronzio delle tute ed i respiri. «Non sentite qualcosa di strano?» I tre si voltarono verso Zarx. «Io non sento niente.» Sussurrò Golia. «Appunto.» Rispose Zarx. Senza ulteriori spiegazioni, spensero tutti il riscaldamento delle tute. L’assenza di suoni era quasi surreale, come se fossero sul fondo dell’oceano. Allora dalla cima della collina arrivò una vocina. «Chi siete voi?» Era stata una bambina bionda a parlare. Era seduta in posizione Yoga accanto alla navetta di Zarx. Forse per questo fu Zarx a sentirsi interpellato. «Noi siamo guerrieri buoni, piccola. Difendiamo la terra dalle armate di Venere. E tu chi sei? Dov'è la tua mamma?» «Io so chi sono io. Siete voi a non sapere chi siete.» disse la bambina con tono lievemente cantilenante. Ma che diceva questa bambina? Non glielo aveva appena detto, chi era? Fiore d'Estate aggrottò le ciglia. «Come ti chiami, bimba? Non vogliamo farvi del male.» «E dove eravate, allora?» Un'altra voce sulla collina. Un bambino, questa volta. Con la mano si mise a posto gli occhiali sul naso. Sembrava un po' più grande degli altri. «Non si stava così male, sapete? Prima che arrivassero i tuoni.» Un'altra bambina bionda. Poi un altro bambino con lunghi capelli ricci. «Però era noioso.» Saltellava su alcuni sassi. «Dove, non si sta male? Qui? E' in questo prato che vivete?» Chiese Anùl. La bambina bionda seduta a gambe incrociate parlò al bambino coi riccioli. «Visto te l'avevo detto. Non hanno capito niente. Andiamocene via.» «Ma ci stavano cercando!» Disse il bambino con gli occhiali. Golia decise di intervenire, interpellando proprio quel bambino. «Dove… dove vivete voi?». Il bambino non rispose. Sembrava in soggezione. Dopo un bel po' di tempo, fu la bambina bionda che stava seduta, rassegnata, a rispondere. «A Silenzio City, no?». Mentre incrociava le dita in una collanina colorata sembrava sul punto di piangere. Era triste come una sorellina piccola che tentasse di ripetere un vecchio gioco con il fratello, ormai divenuto troppo grande per capire. Guardava i quattro con aria sospettosa. Zarx guardò la bambina senza capirne le parole. Ricordò invece di aver notato per caso uno strano effetto ottico. In effetti poco prima il bambino con gli occhiali era sembrato quasi diventare un po' trasparente oltre che impaurito. La notte gioca brutti scherzi, specialmente quando c'è la luna piena. Bambini indisponenti e un po' trasparenti! Forse stava sognando. Silenzio City? Forse c'era veramente una città che si chiamava Silenzio. Non ricordava. Mai stato forte in geografia. Più probabilmente erano cascati in pieno dentro un complicato, fantasioso gioco di bambini. «Lo chiamiamo così.» «Tra di noi.» «Il posto in cui viviamo.» Zarx scosse la testa e avanzò di un passo. «Ok. Ragazzi. Il gioco era molto bello. Ma è tardi, e adesso vi riportiamo a casa, ok?» «Semmai poi facciamo un altro gioco!» disse Golia. «In effetti quello dei bambini che vivono nel silenzio è un po' triste, non vi sembra?» disse Fiore d'Estate ridendo. Anche gli altri risero nervosamente, ma a quelle parole un brivido freddo percorse la schiena di tutti e quattro i compagni, la risata si spense e la bambina seduta a gambe incrociate sembrò farsi un po' più trasparente. Certo che è triste. Sembrò dire la bambina dietro due grandissimi occhi azzurri. Poi guardò il bambino coi riccioli inclinando la testa di lato e con dolcezza da mamma e un sorriso amaro gli disse: «Forse devono crescere ancora un po'…» E i bambini piano scomparirono. Ma sarebbero tornati presto. © 2000 Stefano Wo
di stefanowo at 23:48:40 Commenta: